Ceramica e porcellana (Seconda galleria, Vetrina 15)

La ceramica giapponese ha origini più antiche di qualunque altra produzione ceramica al mondo: lo stato attuale delle ricerche consente di ritenere che le produzioni ceramiche abbiano avuto inizio nell’arcipelago nipponico fin dal Periodo Jōmon (ca. 10.000 a. C. - 300 d. C.). Le ceramiche di quest’epoca portano decorazioni di motivi a corda (jōmon), impressi appunto mediante l’applicazione di corde sull’argilla fresca. Nel V secolo dopo Cristo, durante il Periodo Kofun (330-710 d.C.), una nuova tecnica fu importata dalla Corea e diede luogo alla ceramica sue, una terraglia modellata al tornio e cotta in forno ad alte temperature in ambiente riducente. Nell’VIII secolo dopo Cristo i ceramisti giapponesi appresero dalla Cina il metodo d’invetriatura con sali di piombo, segnando così l’inizio della ceramica invetriata in Giappone. La terracotta invetriata verde del Periodo Heian (794-1185) derivava da quella del precedente Periodo Nara (645-793). Fu anche praticata l’invetriatura a cenere, che fonde a temperature superiori ai 1250° C. A questo punto sembrava che la ceramica invetriata si avviasse ad una grande fioritura: invece, solo le fornaci di Seto ereditarono la tecnica d’invetriatura a cenere e la trasmisero al successivo Periodo Kamakura (1185-1392). Le fornaci dei sei famosi siti giapponesi di produzione - Tokoname, Atsumi, Echizen, Shigaraki, Tanba e Bizen - continuarono a produrre ceramica priva d’invetriatura cotta a temperature elevate anche durante il Periodo Muromachi (1393-1572).
Nel Periodo Momoyama (1573-1603) la ceramica giapponese subì un notevole sviluppo: nuove fornaci si diffusero a Kyūshū, Karatsu, Agano, Takatori e Satsuma, mentre nelle regioni di Kyōto e Imari la cerimonia del tè (chanoyu), stimolò la creatività dei centri di produzione già esistenti. Le due spedizioni militari in Corea del 1592 e 1597, volute dal Reggente Toyotomi Hideyoshi, diedero a diversi capi militari giapponesi l’opportunità di condurre in Giappone parecchi ceramisti coreani, depositari di superiori abilità tecniche e artistiche nella modellatura a tornio e a scultura, nella decorazione dipinta e nella tecnologia della fornace noborigama, che consentiva il mantenimento di alte temperature (fino a 1400° C) e dalla quale risultava una perfetta cottura del corpo ceramico e dell’invetriatura.
Nel Periodo Edo (1603-1867) la produzione di ceramiche era concentrata soprattutto a Kyōto e a Imari nella provincia di Saga. Con l’avvento della decorazione in blu sotto coperta e smalti sopra coperta la ceramica giapponese entrò nell’era della decorazione dipinta. Le fornaci stabilite nei feudi (han’yō) erano vere e proprie imprese commerciali amministrate e controllate dai capi militari: costituivano infatti centri manifatturieri rilevanti per l’economia dei feudi, poiché producevano e distribuivano non solo vasellame comune e d’uso quotidiano per il grande consumo, ma creavano anche opere d’arte, usate come doni ufficiali e diplomatici. La porcellana, prezioso prodotto d’importazione proveniente dalla Cina e dalla Corea, impossibile da riprodurre e imitare, era nota e ammirata già da qualche secolo in Giappone. L’evento rivoluzionario nelle produzioni ceramiche risale al 1617, quando a Izumiyama nel territorio di Hizen, nel nord di Kyūshū presso Arita, fu scoperta l’argilla adatta a fabbricare porcellana. Inizialmente si fabbricò porcellana denominata sometsuke, sommariamente decorata in blu cobalto sotto coperta come i prototipi cinesi, stabilendo un modello duraturo per il vasellame giapponese d’uso quotidiano. In un breve prosieguo di tempo le produzioni giapponesi furono molto favorite da due circostanze storiche concomitanti: la sempre crescente richiesta di porcellana da parte della committenza europea e la crisi politica dell’Impero cinese Ming, che determinò dapprima un rallentamento delle esportazioni e poi, attorno al 1660, il declino delle produzioni cinesi destinate all’Occidente. Da questi eventi il Giappone trasse vantaggio, sostituendo il vasellame cinese con produzioni uguali e similari.
La committenza europea, per il tramite della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, trasmetteva in Giappone forme e sagome del vasellame, oltre che precise indicazioni su colori, disegni e temi ornamentali. Arita, il centro di produzione più organizzato e più attivo, beneficiava di una felice posizione vicino a Imari, il porto dal quale le porcellane iniziavano il lungo viaggio verso Occidente. Col nome Imari ci si riferisce ad articoli d’esportazione, tipicamente decorati in blu sotto coperta, smalti sopra coperta - in specie rosso di rame - e oro. Si cominciò a produrre porcellana dipinta a smalti policromi sopra una coperta detta nigoshide di color bianco latte opaco, sulla quale l’ornamento prendeva bellissimo risalto. Lo stile Kakiemon, iniziato verso il 1643 e molto apprezzato in Europa fin verso la metà del XVIII secolo, si distingue per l’impiego di una vivida tavolozza di verdi, gialli, blu e azzurri, tra i quali spicca uno smalto rosso aranciato del colore del frutto del kaki.
Alcune fornaci dei feudi, come Kutani, ebbero vita breve; altre, come Nabeshima, rimasero attive sia pure solo per soddisfare le esigenze di rappresentanza dell’aristocrazia militare; altre ancora,come Hirado, Satsuma, Seto e Kyōto, affrontarono la competizione del mercato internazionale verso la metà del secolo XIX, esercitando in seguito influssi rilevanti sui movimenti Art Nouveau di fine secolo.
Dopo il 1868, durante il Periodo Meiji (1868-1912) nacquero nuovi movimenti nell’arte della ceramica. Molti ceramisti di talento formatisi presso le fornaci tradizionali cominciarono a proporre le loro opere come prodotti artistici veri e propri. Il fisico e chimico tedesco Gottfried Wagener (1831-1892) diede un notevole impulso al miglioramento dei mezzi produttivi delle fornaci di Arita, contribuendo specialmente al perfezionamento degli smalti.
La partecipazione alle esposizioni internazionali costituì occasione di ulteriore stimolo a ricercare espressioni innovative. Si può affermare che l’elevato livello tecnico e formale della porcellana Meiji rappresenta il risultato di due sforzi congiunti: la politica governativa "incoraggiare l’industria, promuovere le produzioni" (shokusan kōgyō) e il lavoro degli artisti, che fecero della ceramica un’arte autonoma. L’elevato livello della ceramica giapponese d’oggi è il risultato di due sforzi congiunti: quello della politica governativa shokusan kōgyō, "maggiore produttività e promozione dell’industria" e quello della ceramica come rappresentazione artistica.

Opere nella sala

Bottiglia piriforme a collo lungo con alberello di paulonia in fiore
Porcellana decorata in blu sotto coperta e smalti policromi sopra coperta - a. 24.5, Ø base 8.0, Ø bocca 2.2, max largh. 10.5
ARITA, MANIFATTURA DI NABESHIMA (?), inizio secolo XVIII
Coppia di grandi scodelle a forma di crisantemo Ao Kutani
Fuku - Porcellana decorata a smalti policromi sopra coperta - a. 9.5, Ø bocca 27.5, Ø base 13.0
AO KUTANI, fine secolo XVII - inizio XIX
Coppia di grandi vasi con crisantemi
Porcellana, blu sotto coperta, smalti policromi sopra coperta e oro - a. 46.5
ARITA, MANIFATTURA FUKAGAWA, c. 1894
Grande giara ottagonale con decorazione incompleta
Porcellana decorata in blu sotto coperta - a. 62.0, Ø bocca 21.0, max largh. 43.5
ARITA, IMARI, tardo secolo XVII
Grande vaso con fiori hōsōge
Porcellana, decorazione a bassorilievo e in blu sotto coperta - a. 60.5
ARITA, MANIFATTURA KŌRANSHA, 1894
Karashishi, "leone cinese" che stira le zampe
Porcellana, blu sotto coperta - 16.2 x 22.3 x 12.4
OWARI, MANIFATTURA DI SETO, prima metà secolo XIX
Vaso da fiori quadrangolare con cinque letterati cinesi
Porcellana, blu sotto coperta, smalto nero - a. 22.2, lato 7.5
HIRADO, MANIFATTURA MIKAMACHI, metà secolo XIX Hanaike