Maschere Giapponesi (Seconda Galleria, Vetrine 12-13)

Le più antiche maschere giapponesi furono prodotte fin dal Periodo Jōmon modellando semplice argilla. Maschere di fattura molto più evoluta e sofisticata cominciarono ad apparire e ad essere fabbricate in Giappone dopo l’introduzione del Buddhismo nella prima metà del VI secolo d.C.: erano le maschere Gigaku, originariamente fiorite in Cina nello stato di Wu. Da allora fino ad oggi la produzione di maschere non si è mai interrotta. Le maschere giapponesi possono essere suddivise in cinque classi ordinate cronologicamente:
- Maschere Gigaku. Il Gigaku, fiorito nei Periodi Asuka e Nara (552-794) ma caduto in disuso subito dopo, era una pantomima rievocativa che si svolgeva, ad esempio, in occasione delle cerimonie inaugurali dei templi buddhisti e comprendeva processioni e brevi rappresentazioni recitate.
- Maschere Bugaku. Il Bugaku, detto anche Gagaku, è una sintesi di musica e danze d’origine cinese introdotte in Giappone nel Periodo Nara (645-794), sviluppatesi e affermatesi durante la prima metà del successivo Periodo Heian (794-1185). Il Bugaku si diffuse e divenne molto popolare nel Periodo Muromachi (1392-1568): le sue maschere sono state rintracciate in ogni parte del Giappone.
- Maschere Gyōdō. Il Gyōdō, eseguito nelle cerimonie inaugurali dei templi e in altri riti buddhisti (shari-e, raigō-e), è una processione di maschere di Buddha, Bodhisattva e varie altre divinità. I più antichi esemplari conosciuti risalgono al tardo Periodo Heian.
- Maschere Tsuina. Sono maschere etnografiche usate nei riti ed esorcismi popolari tsuina-e, onioi-shiki e oni-bashiri, celebrati per scacciare i demoni durante le festività Setsubun del Capodanno. Raffigurano spiriti maligni con occhi furenti, grandi sopracciglia cespugliose e fauci spalancate. I più antichi esemplari conosciuti risalgono al Periodo Kamakura (1185-1333) e sono custoditi a Nara nel tempio Hōryū-ji.
- Maschere Nō. Il dramma teatrale classico del Giappone, chiamato Nō o nugen nō, ’spettacolo del sogno’, è una rappresentazione da palcoscenico consistente di recitazione e danza accompagnate da musica, che tratta temi tragici ed eroici e fa uso di costumi sfarzosi e maschere in legno scolpito e dipinto. La forma canonica del Nō praticata ancor oggi fu perfezionata da Kan’ami e da suo figlio Zeami Motokiyo (1363-1443) nei secoli XIV-XV, con il patrocinio dell’aristocrazia militare.
Le maschere Nō (nōmen) sono classificate in cinque caratteri principali, ciascuno comprendente numerose varietà: (1) Okina, tipo d’uomo anziano e venerabile; (2) Oni, orco o dèmone; (3) Jō, divinità rappresentata in aspetto di vecchio; (4) Onna, donna; (5) Otoko, uomo. Le maschere Nō sono frutto dell’arte e del talento di scultori specializzati: piuttosto piccole e modellate sì da ottenere svariati effetti espressivi sfruttando il gioco di luci e ombre, sono tratte da un unico pezzo di legno sensibilmente assottigliato e dipinto a perfezione con lacche e pitture policrome.
Il Kyōgen, una farsa basata su dialoghi satirici o amorosi, costituisce l’interludio comico dei drammi Nō. Le maschere, piuttosto grandi e dai tratti ambigui e grotteschi, comprendono una decina di tipi, i più importanti dei quali sono i seguenti: Buaku (dèmone), Bishamon, Eishu, Daikoku e Fukunomaki (divinità della fortuna), Noborihige (divinità shintoista), Hikikana (spirito maschile), Oji (uomo anziano), Usobuki e Kentoku (simboli della vita vegetale e animale).