Antonio Mancini

Mancini
Nascita: 
Albano Laziale, 1852
Morte: 
Roma, 1930
Di modesti natali, si trasferisce con la famiglia a Napoli nel 1865 dove frequenta l'Istituto di Belle Arti e la scuola serale dello scultore Stanislao Lista, che lo indirizza verso lo studio del vero.
Importante per la sua formazione è anche l'incontro con Domenico Morelli, al cui esempio si deve probabilmente l'interesse di Mancini per la pittura antica e per le ricerche luministiche della tradizione seicentesca napoletana.
Già nelle prime opere, Mancini appunta il suo interesse sulla realtà popolare, e soprattutto su fanciulli e "scugnizzi" ritratti dal vero nello studio che divide con lo scultore Vincenzo Gemito nel centro antico di Napoli.
In questi soggetti, i vecchi schemi del linguaggio verista vengono superati grazie alla utilizzazione di pennellate sintetiche e dense di colore, vivificate da effetti di luce.
I soggiorni a Parigi a partire dal 1872 gli consentono di avviare contatti con il mercante Goupil e di conoscere la pittura degli Impressionisti.
Dai dipinti di questo periodo emerge un costante sforzo di elaborazione formale che porta l'artista ad eliminare i contorni delle figure e ad insistere su illuminazioni insolite che accendono di riflessi e di vibrazioni cromatiche i particolari dello sfondo.
La sua pittura, chiaramente incentrata sullo studio dell'essere umano, ma priva di risvolti pietistici, rivela segni di inquietudine e tensione al rinnovamento tecnico: prova sono le sperimentazioni polimateriche condotte da Mancini nei suoi dipinti con l'innesto sulla superficie pittorica di pezzi di vetro, stoffa, stagnola e altri materiali.
Dal 1881 al 1883, in seguito a una serie di violente crisi nervose, Mancini viene ricoverato in manicomio, dove tuttavia continua a dipingere realizzando ritratti e autoritratti.
Recuperata la salute si stabilisce a Roma e in seguito ad alcuni viaggi a Londra comincia ad essere apprezzato anche dal mercato inglese.
Nel 1911 l'incontro con il collezionista francese Ferdinand Du Chene De Vere favorisce un periodo caratterizzato da un'intensa attività creativa che permette a Mancini di presentarsi alla Biennale Veneziana del 1920 con ben ventun dipinti.
L'attività del pittore prosegue anche in seguito con successo e con riconoscimenti ufficiali.