Giacomo Grosso

Grosso
Nascita: 
Cambiano, 1860
Morte: 
Torino, 1938
Si forma all'Accademia Albertina come allievo di Andrea Gastaldi, anziano e celebrato pittore accademico con esperienza parigina, ma vincolato al quadro di composizione realizzato in studio.
Nel 1879, per far fronte a sempre più pressanti problemi economici inizia a trarre ritratti da fotografie.
Un episodio importante per la sua formazione sembra costituito dall'Esposizione Nazionale del 1880 che l'artista visita più volte rimanendo attratto soprattutto dalle opere di Francesco Paolo Michetti, Giacomo Favretto e Giuseppe De Nittis.
Dal 1882 partecipa alle esposizioni torinesi; dopo un soggiorno a Roma in cui conosce Cesare Tallone, rientra a Torino e in occasione dell'Esposizione Nazionale del 1884 presenta otto dipinti tra cui "La cella delle pazze" (Torino, Galleria d'Arte Moderna) che sancisce la sua affermazione sulla scena artistica sia per la scelta del soggetto - tratto da un episodio di "Storia di una capinera" di Verga - sia per le sapienti soluzioni luministiche cui ha saputo ricorrere.
Nel 1886 si reca per la prima volta a Parigi, dove tornerà quasi ogni anno, e dove ha la possibilità di vedere la retrospettiva di Giuseppe De Nittis e l'ultima mostra degli Impressionisti senza tuttavia rimanerne influenzato, poiché alla loro pittura, l'artista preferisce quella ufficiale proposta dai Salons.
Eccellente ritrattista, i suoi dipinti sono apprezzati dal pubblico borghese sia per la sua qualità di eccellente fisionomista, sia per la sua pittura facile, fluente, ricca, appagante e voluttuosa, in piena sintonia col gusto floreale e decadente di fine secolo, capace di reinventarne l'attualità anche attraverso l'uso della fotografia che diventa strumento per lo studio di una posa, di una attitudine, di un gesto voluto.
Nel 1895, alla I Biennale di Venezia l'esposizione del dipinto "Il supremo convegno" ispirato alla vita di Casanova, in seguito distrutto, suscita un grande scandalo e contribuisce ad aumentare la sua fama nonostante la critica lo accusi di scegliere soggetti scabrosi e di orientarsi verso una pittura di effetto.
Nel 1901 si reca per la prima volta in Argentina dove, molto richiesto dalla committenza, tornerà più volte.
Dal 1906 è titolare della cattedra di pittura all'Accademia Albertina, ruolo che gli consente di svolgere una attività didattica determinante per una intera generazione di artisti.
Indifferente alle nuove istanze di ricerca, il suo stile resta pressoché immutato e, nonostante le riserve sempre più palesi avanzate dalla critica, continua ad esporre con regolarità ottenendo sempre il consenso da parte della borghesia cittadina.