Bernardo Strozzi

Un protagonista della pittura del primo Seicento a Genova

Bernardo Strozzi rappresenta una delle figure più rappresentative e innovative nel panorama della pittura di primo Seicento a Genova. La sua formazione artistica iniziò nella bottega di Pietro Sorri, un manierista toscano attivo a Genova.
Ben presto l’educazione pittorica, l’articolazione e la strutturazione della sua cultura figurativa, si staccarono dai modelli arcaicizzanti del maestro e dei pittori liguri tardo cinquecenteschi, per rivolgersi alle dirompenti novità introdotte a Genova dai quadri dei grandi artisti del tempo. I dipinti di quest’ultimi confluivano numerosi nelle dimore patrizie dei ricchi finanzieri genovesi, considerati fra i collezionisti più attenti e munifici nell’Italia di allora.
È soprattutto la frequentazione della casa di Gio.Carlo Doria e della sua quadreria a permettere al pittore la precoce conoscenza, non solo dei lombardi Cerano, Morazzone e Procaccini, ma anche di Caravaggio, e dei ritratti che Rubens aveva eseguito per lo stesso Gio.Carlo e per il padre Agostino; senza contare la lezione degli altri artisti fiamminghi che Genova da tempo aveva accolto.

A tale privilegiata condizione è da collegare l’intensa sperimentazione di nuove formule compositive, di un uso del colore e della luce che dà luogo a una pittura ricca e corposa, testimoniando la capacità di Strozzi di elaborare , in un’unica concezione culturale, le sollecitazioni esterne appropriandosene a modo suo e fondendole in una maniera del tutto originale.

La sua fortuna critica non conobbe soluzione di continuità ed egli, per far fronte alla grande richiesta dei suoi quadri, seppe organizzare una bottega efficiente, in cui venivano riprodotti i soggetti di maggior successo. Anche quando, per le sue tormentate vicende biografiche, lasciò definitivamente Genova per recarsi a Venezia, dove morì nel 1644, la sua opera continuò a essere apprezzata e studiata dai giovani pittori emergenti sulla scena della pittura genovese (lo stesso Van Dyck ne subì l’influenza).

Palazzo Rosso espone nelle sue sale ben otto significative opere dello Strozzi, giunte in proprietà dei Brignole - Sale (per via ereditaria) dalla collezione Durazzo e per acquisti successivi alla morte del pittore, voluti soprattutto da Gio.Francesco II che, avendo ereditato la collezione nel massimo del suo splendore, seppe più di ogni altro, proseguire e consolidare la politica di immagine dei suoi predecessori. La lettura di questi dipinti consente di seguire l’articolarsi della produzione del maestro durante gli anni genovesi. Da una giovanile Carità , tratta da un modello di Luca Cambiaso in cui, però, si fa già strada la vena coloristica che accompagnerà tutta l’arte di Strozzi, si passa a due piccoli quadri di stampo devozionale raffiguranti San Francesco e riferibili agli anni trascorsi in convento o a quelli immediatamente successivi. La Madonna col Bambino e San Giovannino è ricca di elementi caravaggeschi, ma non esente da influssi fiamminghi, riscontrabili anche nell’ Incredulità di San Tommaso e nel San Paolo.

Il Pifferaio , apprezzato in passato per il suo "colorito robusto", introduce alla pittura di genere, cara ai fiamminghi e a cui appartiene anche il più famoso dipinto di Strozzi conservato a Palazzo Rosso, considerato un vero capolavoro dell’artista: la Cuoca. Cronologicamente essa si colloca intorno alla metà degli anni ’20, poco prima cioè della fuga del maestro verso la città lagunare, dove operò con successo, arricchendo la sua produzione di nuovi fecondissimi spunti creativi.