Il restauro del Castello D'Albertis

L’insufficienza strutturale dell’edificio ad assolvere all’insieme di queste richieste ha offerto l’occasione per arricchire il progetto della riflessione sul rapporto tra storia “autentica” e storia “inventata”, individuando nell’obbiettivo di restituire leggibilità propria alle diverse componenti architettoniche, l’idea guida dell’intero dell’ intero intervento. Il castello si articola infatti su tre piani di cui i primi due a ridosso del volume pieno del bastione e il terzo – il piano nobile – allo stesso livello del cortile originario, trasformato dal capitano in suggestivo giardino segreto affacciato sul porto, e delle due schiere di “casematte” che lo delimitavano, a loro volta falsificate con merlature posticce e utilizzate come vani di servizio. In questa situazione, l’incrocio tra le preoccupazioni descritte di ricomposizione degli ambienti originali, le necessità di spazi e la loro effettiva consistenza, lasciava scoperto quasi per intero il settore espositivo.
Lo svuotamento del bastione dal riempimento di terra e la liberazione delle strutture murarie al suo interno, compresi i resti della torre trecentesca utilizzati dal capitano come basamento della sua torre “in stile” consentirà di recuperare non solo gli spazi espositivi necessari ma anche di pervenire a quella leggibilità a cui si accennava. In corrispondenza dell’apice geometrico del bastione abbiamo perciò immaginato uno spazio a doppia altezza che, mediante una vetrata trasparente, sfonda visivamente oltre l’attuale copertura e ripropone in chiave fantastica il possibile cortile di una fortificazione e al contempo consente di afferrare in un solo colpo d’occhio i resti trecenteschi, la sobria espressività e spazialità dell’architettura militare rinascimentale e in alto, contro il cielo, gli anacronistici merli e la torre dell’invenzione ottocentesca. Le sorprese architettoniche e panoramiche dell’edificio si arricchiscono di una piccola caffetteria costruita nel giardino in perfetto “stile medievale”, secondo quanto recita il lascito testamentario riguardo ad eventuali aggiunte edilizie


IL RESTAURO DEL CASTELLO D’ALBERTIS
Relazione del Geom.  Giuseppe Sgorbini
L’appalto
Deliberazione di Giunta Comunale n° 1813 del 19 novembre 1998, “Completamento del restauro del Castello D’Albertis, secondo lotto, da adibire a museo etnografico (in allora così denominato) e del relativo parco e della cinta muraria. Importo a base di gara in allora Lire 5.030.000.000 ( pari a € 2.597.778,20).
Oltre alla delibera di approvazione dei lavori 1813, quella mattina trovai sulla mia  scrivania la Determinazione Dirigenziale con la costituzione dell’ufficio di Direzione Lavori: inoltre troneggiavano 110 tavole del progetto esecutivo, Capitolato Speciale D’appalto, Elenco prezzi, 12 computi metrici estimativi, la relazione tecnica e le relazioni tecnico strutturali, il Piano della sicurezza in fase di progetto, e tutti i documenti di progetto redatti dall’Associazione Temporanea di Professionisti (composta dal dott. ing. Luciano Grossi Bianchi in qualità di capogruppo dell’Associazione, dall’ Arch. Roberto Melai per la progettazione architettonica, dal prof. ing. Filippo Lagomaggiore, per la progettazione strutturale, dal dott. ing. Stefano Lagostena ed il dott. ing. Sandro Moranti, per la progettazione impiantistica); dall’ing. De Naro per la direzione operativa dei lavori, che giunto quest’ultimo alla pensione alla pensione,  è passata al sottoscritto.
Acquisendo pian piano la documentazione, non tardai a capire che quello che stavo per intraprendere era un lavoro sicuramente speciale e complesso; un intervento  particolarmente vario, affascinante, che mi avrebbe coinvolto anima e corpo.
I primi sopralluoghi poi svelarono la magia ed il fascino di un luogo unico e, percorrendo quelle stanze, i passaggi segreti ed i percorsi esterni, allora disadorni e fatiscenti, in qualunque punto volgessi lo sguardo, mi accorgevo che le murature, il cielo, il panorama, il verde e gli elementi architettonici creavano nuove atmosfere ininterrotte: "fu amore a prima vista", e, presto,  mi sarei anche reso conto, che sarebbe stato un amore grande e "tribolato".
Un "grande" amore, in quanto l’intero sito in cui insiste il complesso museale  ha una grande superficie totale interna, ricavata anche dallo svuotamento dell’antico bastione, ma include giardini e percorsi esterni, altri piccoli fabbricati come l’ex casa del custode, la sala nautica e la torre quadrata, un’area destinata a bar e caffetteria, due passaggi segreti e le torri (la torre tonda chiamata “del vento” e la torre principale, detta "torre di mattoni".
L’intero fabbricato, si sviluppa inglobato nei bastioni medioevali che costituivano parte della cinta muraria cinquecentesca della città. Tutta l’area è poi racchiusa in un articolato sistema di mura di cinta che, vista l’orografia del terreno, risulta essere prevalentemente un vero e proprio muro di contenimento, tutto realizzato in pietra, arricchito da garitte lungo il suo percorso, e sormontato da merli in mattoni o in pietra, anche nelle zone più nascoste, così da conferire all’intera cinta  muraria un valente aspetto scenografico.
Un amore "tribolato" in quanto l’eclettismo del complesso non è soltanto limitato  alla sua architettura, ma dilaga nelle tipologie costruttive, nei materiali adottati e nelle tecniche di costruzione e di finitura.
Ad esempio, partendo dalle coperture, se ne trovano di ogni tipo: piane, rivestire in ardesia, cotto, in pietra, e gres. Si trovano rampari rivestiti in pietra o cotto; cupole in mattone a vista o intonaco; coperture a falde inclinate, rivestite in abbadini alla genovese; lucernari in ferro, oggi anche in alluminio; ed anche una copertura costituita dal giardino pensile.
Inoltre, le strutture orizzontali (solai) e le coperture sono state realizzate con diverse tecniche e materiali, come legno e putrelle; putrelle e tabelloni; putrelle ed archetti in mattone; volte in pietra e volte in mattoni, oltre a sbalzi con mensole in pietra, in pietra e mattone, e legno. Esistono anche due mensole sul percorso che porta alla torre tonda, realizzate già in cemento armato.
Anche tutti gli elementi murari risultano eterogenei, sia in termini di periodi costruttivi e di materiali, che riguardo alla tipologia di edificazione. La cinta muraria che delimita il plesso, è stata realizzata in pietra di promontorio (cava locale) all’epoca della costruzione dell’edificio, per opera del Capitano, e posata con legante a calce. All’interno di detta cinta, il castello è edificato, come detto,  sui bastioni cinquecenteschi, realizzati con muratura a "sacco" con contrafforti interni. A seguito dello svuotamento dei bastioni, per l’ampliamento delle zone espositive, sono rimaste a vista murature ad arco di epoca medievale.  
Anche le torri sono state realizzate in diverse tipologie di materiali e di costruzione: la torre principale (torre di mattoni) è appunto realizzata totalmente in mattoni pieni; la torre tonda (torre del vento) è stata eretta in conci di pietra, con scala interna a mensole di pietra; la torre più bassa (torre quadrata), è stata eretta in pietra, con ampi archi alla base. La lista diventerebbe infinita se ci si dovesse  poi soffermare sui rivestimenti, soffittature e pavimentazioni.
Degni di particolare nota sono i serramenti esterni ed interni, specialmente per ciò che riguarda i sistemi di chiusura delle porte, uno diverso dall’altro, con meccanismi decisamente originali e di particolare rifinitura, legati all’arte marinaresca.
Internamente l’edificio raccoglie zone abbondanti di materiali pregiati e stanze decorate, oltre a loggiati costituiti da colonne e marmi lavorati. Qui, spicca lo scalone di rappresentanza, che per bellezza ed imponenza, rappresenta l’elemento più scenografico e  ricco di materiali diversi.
Ogni elemento architettonico strutturale e decorativo, anche internamente alla struttura, ha necessitato interventi sia di ripristino che, ovviamente, di conservazione. Per tale motivo, uno degli impegni più significativi, è stato quello di trovare variegate modalità di intervento e reperire soprattutto materiali idonei al restauro.
La più tormentata e difficile sfida di questo intervento è stata la complicata ricerca  e l’eliminazione delle innumerevoli infiltrazioni, dipendenti sia dalla varietà dei tanti corpi di fabbrica, sia dai materiali e dalle tipologie delle diverse epoche di costruzione.
Non ultimo capitolo di questo impegno, è stato dotare ed adattare alla struttura, nata come abitativa dell’epoca, tutti gli impianti occorrenti ad un museo moderno, quali: impianto antincendio e rivelazione fumi, impianto elettrico, ascensore, climatizzazione, multimediale, videosorveglianza, nonché i primari servizi. Altresì complicato è stato realizzare, come da progetto, l’abbattimento delle barriere architettoniche per dare la massima fruibilità dei locali.

 
Espletata la gara d’appalto, fu vinta dalla Ditta Foglia & C S.r.l. di PARMA che designò quale Direttore Tecnico il geom. Clodomiro Bocchi, Capo cantiere l’arch. Roberto Pavan e, successivamente, il geom. Michele Trombi, e quale Capo Operai il sig. Mauro Calani.
Il prof. Luciano Grossi Bianchi, che iniziò ad illustrarmi il suo progetto con una prima essenza dell’intervento, scendendo poi successivamente nei dettagli, come in una appassionante lezione, mi illustrò anche le opere realizzate nel primo lotto, dalla Ditta Lodigiani di ROMA, nei primi anni ‘90, in occasione delle celebrazioni Colombiane; le opere vennero sempre curate dai Lavori Pubblici del Comune di Genova per un importo di complessivo in allora di Lire 5.000.000.000. La Direzione Lavori del primo lotto venne affidata  all’arch. Mario Rizzi.
Nel primo lotto vennero realizzate le opere base del progetto di restauro e strutturali,  quali lo svuotamento dei bastioni, e degli spazi tra i contrafforti della muratura a sacco, comprese importanti opere di rinforzo strutturale degli stessi; vennero  quindi ricavati nuovi spazi espositivi ampliati dalla realizzazione di un solaio intermedio nella nuova zona scavata.  Lo svuotamento dei bastioni rivelò  l’esistenza  di antichi elementi architettonici del sito medioevale, sopra il quale era stato edificato parte dell’ attuale castello. La "torre di mattoni", principale, appoggia, di fatto, su una antica torre tonda, oggi visibile in una sezione al naturale.
Inoltre vennero realizzate, sempre nel primo lotto di intervento,  tutte le canalizzazioni per le fognature, gli impianti, l’adduzione dell’acqua, gli impianti di trattamento aria, il lucernario principale e l’ascensore interno.
Nel secondo lotto vennero realizzate le opere di  restauro e di conservazione dei giardini, in particolare il viale di accesso al castello ed il giardino sud, oggi aperti al pubblico; venne installato un impianto di irrigazione telecontrollato, e la completa illuminazione esterna. Le opere a verde con la piantumazione di nuove essenze,  la pulizia delle palme e l’abbattimento di alberi e del verde inidoneo.
Vennero completamente restaurate le murature, i merli e le garitte della cinta muraria ed  i bastoni  cinquecenteschi. All’intero vennero completati tutti gli impianti, le opere di restauro, le opere pittoriche, il restauro dei materiali lignei e lapidei, nonché degli antichi arredi. 

 
Sintetizzare un così lungo ed impegnativo lavoro, non è cosa da poco; ciò che rimane di questa esperienza, oltre alla visibilità degli interventi, è l’occasione di una crescita umana e professionale personale; la soddisfazione del raggiungimento dei nostri obiettivi, con la completa partecipazione e l’interessamento di tutti coloro che vi hanno creduto, anche da chi non direttamente coinvolto. Un episodio esemplare e significativo, che mi piace ricordare, è l’insolita presenza nel fine settimana di due operai della ditta appaltatrice, provenienti da Parma, che hanno prestato con sentita passione e volontariamente, la loro opera ai fini di concludere al meglio le ultime finiture prima dell’inaugurazione.
Un ricordo personale e carico di gratitudine ed affetto ad un “maestro”, geom. Clodomiro Bocchi, scomparso prematuramente durante l’esecuzione dei lavori, che avrebbe voluto vedere terminati, come suo ultimo impegno lavorativo.
Una piacevole soddisfazione, infine, è stata sentire di persona la partecipazione accorata di alcuni cittadini, anche con preziosi suggerimenti, dai quali sono poi pervenuti attestati di gratitudine per il lavoro svolto.