La cuoca, (circa 1625)

La cuoca
Bernardo Strozzi detto il Cappuccino (Genova, 1581/1582 - Venezia, 1644)
Dipinto
Olio su tela, cm. 176 x 185
Dal 1874 nelle collezioni per donazione di Maria Brignole - Sale De Ferrari, duchessa di Galliera
Genova, Musei di Strada Nuova - Palazzo Rosso, inv. PR 20
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Certamente il dipinto più noto di Strozzi, questa tela, conosciuta come La cuoca, ritrae piuttosto una sguattera intenta a spennare un’oca tra polli e piccioni, con un tacchino appeso alle sue spalle, nella cucina di una dimora aristocratica genovese del Seicento. Presso le famiglie della nobiltà locale il mestiere di cuoco era all’epoca riservato esclusivamente agli uomini, mentre le donne potevano solo occuparsi di mansioni più umili, come appunto spennare il pollame; che si tratti di una dimora aristocratica, d’altra parte, è certo, vista la presenza in primo piano di una ricca stagnara in argento sbalzato, con elaborato manico raffigurante una figura femminile.
Il quadro è menzionato per la prima volta nell’inventario del 1683-1684 di Gio. Francesco I Brignole - Sale, committente della dimora di Palazzo Rosso; dal secondo decennio del Settecento, invece, e almeno fino al 1774, l’opera è sempre ricordata nella villa di famiglia sulla collina di Albaro: è molto probabile che questa collocazione di minor prestigio sia stata motivata dal soggetto di immediata quotidianità del dipinto, giudicato probabilmente non confacente al decoro del palazzo di città, la cui quadreria si era andata arricchendo, tra fine Seicento e inizio Settecento, di tele di soggetto storico o di iconografia sacra.
L’opera di Strozzi è una mirabile sintesi delle diverse influenze che nei primi decenni del Seicento costituivano il tessuto della pittura locale: da un lato la moda fiamminga per le rappresentazioni di “cucine”, “mercati”, “dispense”, che aveva trovato esempi, già alla metà del Cinquecento, in dipinti di pittori come Aertsen e Beuckelaer, presenti nelle collezioni genovesi; dall’altro la nuova attenzione per il genere della “natura morta”, a motivo della presenza in città di pittori, ancora provenienti dalle Fiandre, come Jan Roos o Giacomo Liegi; in ultimo, il primo affermarsi di quel naturalismo di matrice caravaggesca che costituiva l’altro polo di aggiornamento della scuola locale, cui si unisce la pennellata materica tipica del pittore.
Dal punto di vista iconografico, è chiara la volontà di misurarsi con la rappresentazione di soggetti popolari, mostrando un’adesione alla realtà ancora sconosciuta ai pittori genovesi, e singolare se si considera questa scelta da parte di un religioso; non è escluso, tuttavia, che al di là di questo significato immediato possano celarsi nel dipinto altri contenuti simbolici, forse – come è stato proposto – un’allegoria dei quattro elementi, cui alluderebbero i volatili, per l’aria, l’elaborata stagnara, per l’acqua, la “cuoca”, per la terra, e il fuoco, che il pittore dipinge con grande maestria nel suo crepitare sotto il paiolo.