La raccolta di Luigi Maria D'Albertis

Gli oggetti qui esposti facevano parte della collezione privata di Luigi Maria D’Albertis. Sono quelli che, ritornato in patria dai suoi viaggi, l’esploratore non ha ceduto al Museo Pigorini  di Roma o al Museo di Etnologia e Antropologia di Firenze.
Questi oggetti non pretendono di rappresentare una cultura, spiegare  un momento storico, illustrare uno stadio evolutivo nella civiltà umana. Rimossi dal loro contesto originale, e radunati sotto un vetro antico, evocano per noi molte storie: storie di vita quotidiana sulle rive di un fiume in un lontano paese tropicale, storie avventurose di esplorazioni in un ambiente affascinante ed ostile, ma anche storie tramandate oralmente in Nuova Guinea del primo, traumatico, incontro tra due culture.

 
Le voci evocate sono multiple. Quelle più accessibili per noi sono le parole scritte da Luigi Maria D’Albertis in "Alla Nuova Guinea: Ciò che ho veduto e ciò che ho fatto.", pubblicato dopo il suo ritorno in Italia.
Nel suo memoriale l’esploratore ci trasmette eloquentemente lo spirito che lo spinse verso la Nuova Guinea, i suoi sogni, le sue speranze. Ci racconta le sue impressioni sui nativi,  e ci comunica il suo desiderio di addentrarsi ancora oltre, raggiungere luoghi sempre più esotici, selvaggi, inesplorati, di incontrare  donne e uomini "primitivi" allo stato naturale, scoprire nuove specie di piante e animali. Le sue parole rivelano il fascino e allo stesso tempo la repulsione suscitati in lui dalle donne e dagli uomini della Nuova Guinea. Ci raccontano i suoi tentativi di dimostrare intenzioni amichevoli verso i nativi,  i mezzi tentati per intimidire e spaventare quelli apparentemente ostili, ed il ricorso alla dinamite ed al fucile. Ci parlano delle difficoltà incontrate, delle malattie, degli insetti, e degli attacchi da parte di indigeni armati. Ci raccontano la sua versione dei fatti riguardo alla sua ultima spedizione, e di come lasciò le coste della Nuova Guinea vinto e amareggiato.

 
Luigi Maria D’Albertis era informato della nascita dei primi musei etnografici, parte integrante del progetto scientifico-naturalistico dell’antropologia nel Diciannovesimo secolo in cui l’evoluzionismo utilizzava le collezioni di  manufatti di popolazioni indigene per produrre conoscenza sui soggetti coloniali. Sebbene fosse partito per raccogliere esemplari naturalistici, è chiaro che l’esploratore fosse intenzionato  ad includere nella sua raccolta anche oggetti di interesse etnologico.
 
Nel corso dei suoi viaggi l’esploratore adottò diversi stili di raccolta etnologica. Per esempio all’Isola di Yule si fermò stabilmente per un certo periodo, riuscendo ad instaurare dei rapporti stabili con alcuni abitanti della zona i quali gli portavano gli oggetti desiderati in cambio di asce, barre di ferro, coperte, specchi, ecc. Gli oggetti di Moatta provengono da una serie ripetuta di visite alle stesse case, mentre quelli provenienti dal Fly sono tutti frutto di ritrovamenti casuali in capanne incontrate lungo il fiume. Nel corso delle spedizioni sul Fly sembra esserci una progressiva disillusione da parte dell’esploratore che rinunciò gradualmente a stabilire rapporti amichevoli di scambio con gli abitanti del fiume e prese invece a razziare i villaggi abbandonati dagli indigeni in fuga dalla Neva, indice di maggior cinismo da parte sua, ma anche della maggiore ostilità dimostrata dagli indigeni ad ogni successivo passaggio del battello.