Le Mura della Città

Costante necessità delle città era il proteggersi dalle invasioni tramite cinte murarie. A Genova, lo sbocco sul mare era meta ambita da molte potenze. L'antico nucleo cittadino è stato individuato sul colle di Sarzano; la città si è estesa nel corso dei secoli, insieme alle sue mura, in maggior misura verso ponente, intorno alla spiaggia di quel golfo naturale che oggi corrisponde al porto.
Iniziò successivamente l'espansione verso monte e, con il conseguente ampliamento delle Mura, si estendeva anche il centro abitato. Ma nel rapido espandersi, i fabbricati civili raggiunsero le vecchie cinte, cancellandone le strutture.
Gli studiosi sono discordi nell'annoverare le varie cinte murarie: ne sono elencate cinque o sette.
Delle mura più antiche si sono perse ormai le tracce; resistono alcuni tratti della cinta del 1155, del 1536 (zona Porta Siberia) e gran parte delle seicentesche Nuove Mura: la nostra attenzione si ferma a queste ultime.


Nel XVII secolo, nel fabbricarle, per la prima volta la cinta non avviluppava direttamente l'abitato, ma era costruita ad una certa distanza da esso; questo per tenere il più possibile distante il nemico dal cuore della Piazza. La loro realizzazione si rese necessaria allorquando, nel 1625, il Duca di Savoia, con l'aiuto dei francesi, invase il dominio di Genova minacciando anche il centro urbano.
La cinta del 1536 era ormai obsoleta, seguiva direttamente il perimetro della Piazza: per questo motivo si decise di sfruttare quell'anfiteatro naturale avente apice il monte Peralto.
La prima pietra delle Nuove Mura fu posta, nei pressi della Lanterna, il 7 dicembre 1626 dal Doge Giacomo Lomellini, con una solenne cerimonia che prevedeva l'interramento di una medaglia coniata per l'occasione. I lavori, subito interrotti, ripresero solo nell'autunno del 1629 con misure e tracce sul terreno.
L'esecuzione fu ripartita in numerosi lotti dati a cottimo. Secondo le norme relative alle opere, si dovevano sfruttare le forme naturali del terreno per ottenere, dove possibile, il nuovo recinto da un taglio nella roccia. L'Amministrazione pubblica forniva alle Imprese calce, legnami, cordame e alcuni attrezzi da lavoro, ossia picconi, mazze, cunei, leve, zappe. Non potevano essere utilizzate polveri da sparo. Il risultato di questo lavoro è riscontrabile ancora oggi: in alcuni punti, dove affiora la viva roccia nella scarpa delle Mura, si riconoscono i segni delle scalpellate. A causa dell'imponenza ed importanza dei lavori, ogni altra opera passò in secondo piano; inoltre, data l'urgenza di completare il complesso nel minor tempo possibile, "li fabbri et operari" potevano lavorare anche nei giorni festivi (eccetto Natale e Pasqua), "sentita però prima santa messa".
Se la cinta, nella sua globalità, sfruttava per la difesa le asperità del terreno, diverso era il discorso nella zona dell'attuale Brignole. Questa, infatti, rappresentava un punto debole, essendo situata in pianura: per questo motivo, quel tratto di cinta assunse il nome di "Fronti Basse". Un esercito nemico avrebbe potuto accamparsi nella piana antistante, od attaccare dalla collina d'Albaro. La soluzione ideata contemplava il rinforzo dei due bastioni presenti, raddoppiandoli. Fu inoltre inserito il fossato. Lungo la cinta, nei fianchi di numerosi bastioni, furono ricavate le sortite, collegate all'interno della cerchia da una rampa di scale. Alcune furono successivamente murate, altre sfruttate nell'ottocento per l'inserimento delle cosiddette "Torrette angolari". Non adducevano, comunque, agli inesistenti passaggi sotterranei che (vuole la leggenda) collegano segretamente la cinta.
Le Nuove Mura, secondo i tratti, assumevano diverse denominazioni. Dopo le Fronti Basse, comprese tra l'attuale liceo classico D'Oria e la Stazione Brignole, seguivano le Mura di Montesano (dalle quali oggi cominciano, presso via Imperia), dello Zerbino (zona Fieschine - corso Montegrappa), di San Bartolomeo (zona stazione ferrovia Genova-Casella), di San Bernardino (dalla porta omonima), di Sant'Erasmo (zona villa Quartara), delle Chiappe o San Simone (capolinea funicolare Zecca-Righi), del Castellaccio (fino al bastione successivo la "Casetta Rossa" del Comune), dello Sperone (fino al cancello dell'Avvocato), di Begato (fino ai ripetitori di Granarolo), di Granarolo (circa fino via ai Piani di Fregoso), di Monte Moro (fino alla Tenaglia), degli Angeli (fino a via San Bartolomeo del Fossato, comprendevano anche le Mura di Porta Murata), di San Benigno (oggi demolite, arrivavano alla Lanterna). Sono conservate ancora le antiche scalinate sulla cinta.


Tutti i bastioni possedevano un nome, ma per distinguerli più adeguatamente, in caso di riparazioni o per altre ragioni, era meglio anche numerarli. Così, a metà ottocento, si decise la collocazione, sui muri esterni di riservette o sui parapetti, di targhe in marmo sulle quali incidere i dati. Di queste ne esistevano 100.
  • Domenico Fiasella, Cinta muraria
  • Il sistema centrale