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Sala 2. Le colonie dei Genovesi

Sala 2 Le colonie dei GenovesiSe le prime componenti dello sviluppo di Genova furono il porto e il commercio, queste sono imprescindibili dalla “rete coloniale” che i Liguri svilupparono.
Se i Genovesi certamente ebbero delle colonie – e in primo luogo la Corsica – soprattutto poterono contare su numerosi stabilimenti oltremare, che basarono su un’attenta diplomazia più che sulle armi il segreto della loro sopravvivenza.   Questo spiega la “lunga durata” di colonie che vissero per decenni e talvolta per secoli, all’interno di contesti ostili e che furono le comunità più significative che i Genovesi formarono al di fuori dei loro ristretti domini.
Due lapidi commemorative testimoniano della presenza genovese a Cembalo (oggi Balaklava), sin dal 1344. Il possesso della colonia dura, quasi stabilmente, fino alla sua caduta, avvenuta nel 1475. Gli ultimi anni di attività della colonia sono segnati dal disperato sforzo di arroccarsi, al fine di preparare a una difesa a oltranza verso i Turchi, lanciati alla conquista dell’Europa. Alcuni aspetti di situazione di conflitto viene testimoniata dalle stampe esposte a centro sala.
Ancora nel 1467, Battista Oliva, uno degli ultimi Consoli di Cembalo, avvia la costruzione di una torre e di un nuovo muro difensivo, ma oramai sono gli ultimi anni di attività della colonia e dalla stessa madrepatria non giungono più né cambi di personale, né nuove truppe o rifornimenti. Murate  su una delle torri, le lapidi vennero asportate durante la Guerra di Crimea da parte dei bersaglieri italiani, quindi regalate alla città  dal generale Alfonso La Marmora.
 
Su pareti contrapposte sono esposte due coppie di dipinti. Si tratta di “pendant” raffiguranti rispettivamente Chios e Tabarca.
 
L'isola di Chios, nell'Egeo, a poca distanza dal porto di Smirne, rappresentò a partire dal 1346, anno della sua conquista da parte di una spedizione capitanata da Simone Vignoso, la più importante delle colonie genovesi dell'arcipelago. L’isola univa a una posizione particolarmente strategica all’interno dell’Egeo - favorevole nell’ambito dei commerci tra Mar Nero, Egeo e Mediterraneo - anche produzioni locali, tra cui quella del mastik o mastice, una resina cristallizzata che veniva utilizzata come “gomma da masticare” nel medioevo, e come tale era molto apprezzata per l’igiene dei denti.
Chios, come altre colonie, veniva governata in proprio dai suoi colonizzatori, costituiti in una speciale forma di società detta "Maona".  Per aumentare i vincoli tra di loro, le famiglie dei coloni assunsero lo stesso cognome: Giustiniani. Fu la più longeva delle colonie orientali dei genovesi, anche grazie alla scelta degli abitanti di sottomettersi in cambio del pagamento di una "tassa" al Sultano. Venne occupata dai Turchi solo nel 1566, in un momento particolarmente critico, dopo che le forze del Sultano avevano dovuto incassare la sconfitta seguita all’assedio di Malta (1564) ed erano alla ricerca di una facile rivincita.
 
Di fronte, troviamo due vedute – da settentrione e da mezzogiorno - dell’isola di Tabarca.
Nel primo quarto del XVII per Genova il pericolo non è più rappresentato dai Turchi, bensì dai vicini Francesi e dal ducato di Savoia.
In questo senso il dipinto è emblematico: esiste una trasposizione tra Genova e la sua condizione e Tabarca stessa (entrambe, in quel momento, sono governate dai Lomellini); la piccola isola tunisina diventa una sorta di metafora politica. Come l’isola, Genova deve guardare al sud del Mediterraneo, al Maghreb; superando le contingenze e gli esiti della spaventosa guerra del secolo precedente tra musulmani e cristiani, può trovare un interlocutore in un Islam desideroso di concludere buoni affari e che, nel quadro in questione, si presenta come un insieme pacifico di pescatori, mercanti e cammellieri e dove le fuste barbaresche assomigliano più a imbarcazioni da diporto che da guerra. Sarà proprio la ricerca di questo rapporto autonomo con i Turchi che susciterà l’ira di Luigi XIV e il bombardamento di Genova nel 1684.
Tabarca  appare un’isola piccola e brulla, davvero poco più di uno scoglio; ma, al di là delle dimensioni, uno strano destino la lega a Pegli.
Concessa nel 1540 dal bey di Tunisi alla famiglia Lomellini (probabilmente come riscatto per la riconsegna del corsaro Dragut),  viene colonizzata da un gruppo di abitanti di Pegli,  dove i Lomellini possedevano una lussuosa villa e altre proprietà. La comunità di Pegliesi visse a Tabarca per vari secoli, esercitandosi la pesca del corallo, ma non solo: anche il contrabbando di schiavi dell’una e dell’altra parte passava infatti dall’isola, apportandovi un notevole flusso di denaro.