San Matteo, (1621)

San Matteo
Giulio Cesare Procaccini (Bologna, 1574 - Milano, 1625)
Dipinto
Olio su tela, cm. 122 x 90
Dal 1874 nelle collezioni per donazione di Maria Brignole - Sale De Ferrari, duchessa di Galliera
Genova, Musei di Strada Nuova - Palazzo Rosso, inv. PR 114
Situato nella sala: 
Prestiti: 
Si
Prestito opera: 
Milano, Gallerie d'Italia
da 30/11/2017 a 08/04/2018
I quattro dipinti conservati in Palazzo Rosso sono parte di una dispersa serie di Dodici Apostoli – in origine completata anche dalle immagini di Cristo e della Vergine per un totale di quattordici tele – commissionata dal nobile Gio. Carlo Doria all’artista bolognese, ma milanese di adozione, Procaccini; una lettera del pittore Simon Vouet al committente ne testimonia l’esecuzione nell’autunno del 1621.
Una seconda lettera scritta da Orazio Fregoso al Doria documenterebbe tuttavia, nel mese di dicembre dello stesso anno, una grave infermità di Procaccini, motivo per il quale la critica aveva ipotizzato che solo il san Tommaso fosse di mano del maestro e che gli altri quadri, che apparivano inferiori per qualità, fossero stati realizzati da qualche aiuto. Pare tuttavia inverosimile che l’artista abbia affidato a un allievo l’incarico di realizzare parte di un ciclo commissionatogli dal suo più illustre committente; gli ultimi restauri hanno inoltre evidenziato l’omogenea qualità pittorica delle quattro tele.
L’identità dei santi è chiara in considerazione degli attributi delle figure, che ricorrono non a caso anche in altre serie di uguale soggetto, come quella realizzata da Pietro Paolo Rubens oggi al Prado: san Paolo tiene la mano appoggiata sull’impugnatura della spada, che simboleggia la sua decapitazione; san Tommaso tiene una lancia strumento del suo martirio; san Simone il libro e san Matteo l’alabarda, arma con la quale venne martirizzato.
Le figure sono monumentali e si impongono per il corposo rilievo e per l’accentuato movimento di torsione dei corpi: Procaccini aveva lavorato come scultore fra il 1591 e il 1599 presso il cantiere del Duomo di Milano e quest’attività ha senza dubbio influenzato il suo stile pittorico. Il marcato chiaroscuro dei dipinti è invece comune alle scelte formali degli altri lombardi attivi a inizio Seicento per la committenza religiosa della chiesa controriformata: in particolare Giovan Battista Crespi il “Cerano” e Pier Francesco Mazzucchelli il “Morazzone”.
I quattro dipinti entrarono a far parte della collezione di Palazzo Rosso nel 1730 circa, grazie all’acquisto di Gio. Francesco II Brignole - Sale.