Esposizione

Gli oggetti esposti, circa cinquanta, si ricollegano, per origine, funzione a tre filoni:
il nesso stretto fra istituzioni politiche cittadine e Cattedrale; il culto speciale riservato a san Giovanni Battista quale patrono civico; le necessità del culto e della celebrazione, assicurate dal Capitolo dei Canonici.
Con questa triplice origine e funzione si spiega la proprietà dei pezzi, rispettivamente pertinenze del Comune di Genova, della Protettoria della Cappella di San Giovanni Battista e del Capitolo della Chiesa Metropolitana.
Alcune opere qui esposte sono veri e propri "documenti-monumenti" della storia cittadina.  Primo fra tutti il cosiddetto Sacro Catino, che si ammira, isolato, entro il primo ambiente espositivo.
A Genova già nel XII secolo, fu a lungo ritenuto di smeraldo e per secoli fu celebrato come reliquia dell’Ultima Cena.
La Croce degli Zaccaria, reliquiario bizantino della Vera Croce sfavillante di oro e di gemme, la cui storia si narra ininterrotta dall’VIII secolo, quando fu commissionata da un esponente della corte imperiale, al XIII, quando fu rifatta da un arcivescovo di Efeso, al XIV, quando - divenuta di proprietà di genovesi, che la lasciarono poi al Comune - si prese a utilizzarla per la benedizione dei dogi di Genova, fino a oggi.
Si prosegue con l’Arca detta "Barbarossa" (XII secolo), reliquiario romanico lavorato a sbalzo con vivaci storie del Battista sottolineate da dorature e gemme, e la grande Arca processionale per le reliquie del Battista, quattrocentesca, uno dei capolavori Arca delle ceneri del Battistadell’oreficeria tardogotica europea, concepita in forma di cattedrale e preziosamente decorata con scene della vita del Precursore lavorate in argento parzialmente dorato e arricchite da stesure smaltate; il Piatto di calcedonio, strepitoso manufatto di età imperiale romana decorato da una testa del Precursore in oro e smalti en ronde bosse eseguita intorno al 1400 a Parigi per uno dei principi della casa di Valois e donata alla Cattedrale da Innocenzo VIII Cybo, pontefice di origine genovese, che lo aveva ereditato da Jean Balue, cardinale francese che era stato in stretto rapporto coi Valois di Francia, Berry e Borgogna.
Un apposito accorgimento consente di retroilluminare il piatto e di ammirare così il passaggio dalla caratteristica colorazione bianco-azzurrina (a luce diffusa) a una "magica" colorazione rossastra, percepibile solo quando la pietra dura viene attraversata dai raggi luminosi.
Fra le opere postmedievali, alcune si debbono segnalare: lo Stipo delle ceneri, opera fiorentina della fine del XVI secolo: un oggetto di oreficeria profana realizzato negli atelier granducali, splendido di cristalli intagliati, di intarsi marmorei policromi, pietre e smalti.  Quindi, la grande arca processionale del Corpus Domini, vero compendio della maestria degli argentieri genovesi della seconda metà del Cinquecento, i paliotti d’altare (particolarmente ricchi e grandiosi quello realizzato da Melchiorre Suez nel 1599, con quattro magnifiche statue argentee di Evangelisti e quello "della Madonna", opera di un argentiere del primo Settecento), la statua della Madonna Immacolata, a grandezza naturale, lavorata a sbalzo dallo scultore Francesco Maria Schiaffino su incarico dei cittadini che vollero offrirla in dono al doge Gio.Francesco II Brignole-Sale in riconoscimento del ruolo da lui svolto nel 1746, durante la rivolta popolare che portò alla liberazione di Genova dall’occupazione delle truppe austriache.
La rassegna si conclude, nel quarto ambiente a pianta circolare, con le opere di argenteria del Sette, Otto e Novecento: calici, ostensori, croci, anelli e altri oggetti di fattura non solo genovese, molti dei quali donati al Tesoro da pontefici (Pio IX, Leone XIII, Benedetto XV) e cardinali.