Giovanni Fattori

Fattori
Nascita: 
Livorno, 1825
Morte: 
Firenze, 1908
Dopo aver fatto pratica nello studio del pittore livornese Giuseppe Baldini, nel 1846 si reca a Firenze e frequenta la scuola di Giuseppe Bezzuoli; ma già alla fine dello stesso anno si iscrive all'Accademia di Belle Arti seguendo le lezioni in modo irregolare poiché aderisce ai grandi fatti risorgimentali.
Nel 1848, infatti, pur non partecipando di fatto alle guerre di indipendenza, si fa diffusore di stampa clandestina in diversi centri toscani.
Gli anni Cinquanta dell'Ottocento nella carriera di Fattori costituiscono per la critica un periodo oscuro, in cui probabilmente, anch'egli come tutti, si impegna in soggetti storici con una produzione piuttosto scarsa; all'inizio del 1854 inizia a frequentare il Caffè Michelangelo e assume nel dibattito sulla nuova ricerca antiaccademica dei pittori macchiaioli un ruolo da protagonista.
Nel 1959, la partecipazione dei francesi alla guerra contro l'Austria, e la famosa sosta alle Cascine di truppe all'ordine del Principe Gerolamo danno a Fattori la possibilità di elaborare i primi studi sulla pittura di macchia.
Nell'estate del 1859 esegue alcune tavolette con scene di vita militare contemporanea, apprezzate da Nino Costa che lo invita ad applicare gli esiti della nuova ricerca sul colore proprio alle scene riprese dal vero anziché ai dipinti di storia.
In quell'anno partecipa al concorso Ricasoli e lo vince con "Il campo italiano dopo la battaglia di Magenta".
L'opera, un olio su tela compiuto nel 1862, si propone come una novità sia nell'interpretazione del soggetto, che nulla concede alla retorica dell'eroismo della battaglia in prima linea, sia nella sua restituzione formale, per il taglio semplice dell'immagine con una sapiente distribuzione delle ombre e delle luci secondo larghi piani sintetici.
Si entra così negli anni Sessanta dell'Ottocento, decennio decisivo per l'artista e per l'intero movimento macchiaiolo.
Il tema della battaglia si alterna a dipinti di piccolo formato eseguiti all'aperto nelle zone di Livorno e a Castiglioncello, dove la tenuta dal critico Diego Martelli diventa un polo di attrazione per gli artisti che sperimentano la pittura di macchia.
Nel 1869 ottiene un primo incarico di insegnamento all'Istituto di Belle Arti a Firenze e nel 1875 affronta il suo unico viaggio a Parigi.
Le opere degli anni Settanta sono il risultato di una lunga meditazione: l'artista giunge ad una rigorosa scansione di volumi, e sviluppa una indifferenza nei confronti della narrazione, prescindendo da un qualsiasi coinvolgimento emotivo.
Ne sono esempio i dipinti "In vedetta" (Milano, Collezione Marzotto) e "Riposo" (Firenze, Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Pitti).
Da ricordare anche la sua attività di ritrattista che si protrae fino agli ultimi anni e, legata all'ultimo periodo della sua vita, la produzione di acqueforti.
La sua attività intensa fino all'estrema vecchiaia, come testimonia la quantità di opere che espone con regolarità alle rassegne d'arte italiane e straniere.