Aristide Olivari, un genovese che stava compiendo il giro del mondo, visitò Edoardo Chiossone il 28 Marzo del 1894 nella sua grandissima casa di Tōkyō nel quartiere di Kōjimachi, per ammirare le sue celebri collezioni d’arte giapponese, già allora considerate come un museo:
"Il mio concittadino cavaliere Edoardo Chiossone è qui da oltre 20 anni, addetto all’Officina Imperiale di carte e valori. E’ uomo d’ingegno e fa onore alla Madre Patria nel paese del Sole Nascente. Sono opera sua le incisioni per la stampa dei biglietti di banca giapponesi, nonché i conii delle monete. Questi lavori, per finitezza di disegno e buon gusto, sono pari ai migliori d’Europa. In Italia accade purtroppo sempre così, che i nostri più bravi artisti sono costretti a cercare in altri paesi quella fama e quell’agiatezza che in patria è loro negata. Il signor Chiossone è un uomo simpatico e allegro, pieno di brio e di spirito. Durante la colazione io gli sedevo accanto ed egli era tutto lieto di potersi esprimere meco nel nativo dialetto, che da tanto tempo non aveva avuto occasione di parlare, e che ciò malgrado pronunciava con purezza e con un accento popolano. Egli era felicissimo di aver trovato un suo concittadino in terra tanto lontana e mi accordò una confidenza ed un’amicizia di cui gli sono tuttora obbligato... Ci rechiamo alla casa del Signor Chiossone per osservare il suo museo giapponese che, a quanto dice il Ministro [Plenipotenziario De Martino, n.d.r.] è forse il più completo che esista.
Appena entrati si osserva subito un’infinità di oggetti artistici. Quanti tesori racchiude quella casa sacra all’arte! Dapprima una sala intera occupata dai bronzi di piccolo volume, perché i tōrō [lanterne, n.d.r.], i Buddha, i vasi di gran mole sono posti nel giardino. Ogni cosa ha un’etichetta e un numero che corrisponde al catalogo in cui è indicata l’età dell’oggetto, l’autore ed il giorno in cui fu acquistato. In altra stanza le porcellane: vecchie Satsuma, terraglie di Kyōto, di Owari; in un’altra ancora, vecchi manoscritti ed antiche incisioni, disegni ad inchiostro della China, armature di Daimyō dall’elmo con le corna, come quello degli antichi Germani, e la maschera dall’orribile espressione che doveva impaurire il nemico; alabarde, lance ed una preziosa collezione di quelle lame finissime e famose la cui tempra è assai superiore a quelle di Damasco e di Toledo; alcune con impugnatura e fodero di avorio o di lacca. Che dire poi degli stupendi lavori in metallo inciso, cesellato o ageminato d’oro e d’argento? o di quella famosa lega d’oro e rame che dà un bronzo di color nero delicatissimo ed un suono squillante più di un campanello? I Giapponesi sono maestri in questo genere di lavori sempre ricercatissimi dagli amatori collezionisti. Avrei ancora molto da dire intorno ai legni scolpiti e alle lacche d’oro... Il Signor Chiossone spese vent’anni della sua vita ed oltre mezzo milione di lire in questa raccolta che, fatta da lui con quella competenza che ha nell’arte, non ha prezzo. Speriamo che questi tesori vengano un giorno ad arricchire qualche nostro museo".
Il catalogo che Chiossone compilò con tanto scrupolo e che Olivari vide e descrisse, non è mai stato annoverato tra le documentazioni annesse alle collezioni, almeno da quando queste si trovano a Genova: esso ci avrebbe fornito preziosissimi elementi d’informazione per la conoscenza particolareggiata delle provenienze delle singole opere e dei valori pecuniari ad esse attribuiti negli ambienti d’origine.
Non solo: ci avrebbe dato sicura testimonianza di molte relazioni intrattenute dal collezionista nel mercato antiquariale del Giappone, che in quell’epoca di repentini cambiamenti degli orientamenti politici e sociali traboccava letteralmente di opere d’arte di ogni tipo. Perciò la perdita del catalogo originale è non solo irreparabile, ma costituisce anche una vicenda oscura e incomprensibile: infatti il documento inventariale compilato da Luigi Casati della Legazione Italiana in Giappone prima della spedizione delle collezioni a Genova, e che con esse vi giunse, sembra in svariati casi aver riportato notizie ed elementi descrittivi che, considerato il loro tenore, potevano derivare unicamente dal catalogo compilato personalmente da Edoardo. Se dunque Casati ebbe sottomano il catalogo Chiossone e lo utilizzò come base di riferimento per l’estensione del suo inventario, ancor meno appaiono comprensibili o accettabili le ragioni di una perdita o di una distruzione.
Nessuno, dopo Aristide Olivari, ci parla tuttavia del catalogo autografo compilato da Chiossone: ché anzi, tutte le pubblicazioni e i cataloghi a stampa susseguitisi tra il 1907 e il 1934 desumono unanimemente le loro note descrittive dall’Inventario Casati.
Dobbiamo comunque escludere che il catalogo Chiossone sia andato disperso o distrutto finché egli fu in vita, ed ipotizzare di necessità che esso sia scomparso nel periodo compreso tra la giacenza delle collezioni in Giappone prima della spedizione, il loro trasporto via mare e l’ulteriore giacenza a Genova.
Nel suo testamento, redatto l’11 gennaio 1898, tre mesi prima della morte, Edoardo Chiossone stabilì che la sua intera collezione andasse all’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova, che considerava propria "madre in arte", onde ne curasse la pubblica esposizione. Le collezioni giunsero a Genova nel 1899, contenute in 96 grandi casse e, come deplorò Vittorio Pica, esse dovettero "fare lunga dimora, un po’ per mancanza di locali adatti e un po’ per avarizia di governanti ma sopra tutto per neghittosità burocratica". Il Museo Chiossone, allestito al terzo piano del neoclassico Palazzo dell’Accademia, fu inaugurato nell’ottobre del 1905 in occasione della visita a Genova del Re e della Regina d’Italia. Da Orlando Grosso apprendiamo che le note descrittive degli oggetti in esposizione furono curate nel 1904 da Okakura Kakuzō: ciò è confermato dai verbali delle assemblee generali e relative adunanze dell’11 luglio 1904 e del 14 gennaio 1907, dai quali si riportano di seguito i brani più significativi:
"Assemblea Generale. Adunanza dell’11 Luglio 1904. ... Il Sig. Presidente (Marchese Domenico Pallavicino) informa l’Assemblea che la Commissione d’ordinamento del Museo Chiossone ha chiamato a concorso alcune Ditte di Genova per la fornitura dei mobili e dei cristalli occorrenti all’esposizione del Museo stesso. Queste Ditte hanno risposto all’appello presentando le rispettive perizie le quali saranno discusse in una prossima seduta della commissione. Informa pure come gli consta che il Municipio non sia alieno nel concorrere con una somnma nella spesa necessaria al completo ordinamento del Museo, il quale è stato in parte classificato per opera del Prof. Okakura, di Tokio, mandato a questo scopo dietro richiesta dalla Legazione Giapponese in Roma. Ritiene che nulla potrà ormai ritardare l’inizio ed il buon andamento dei lavori relativi alla collocazione definitiva del Museo il quale potrà essere inaugurato nella ventura primavera".
"Assemblea Generale. Adunanza del 14 Gennaio 1907. ...Avendo in principio della presente relazione fatto cenno delle spese incontrate per l’impianto del Museo Chiossone, il Consiglio stima opportuno farvi conoscere a quanto ascesero le spese incontrate dall’Accademia per tale impianto che ora è totalmente ultimato e liquidato. Le spese in parola furono ripartite in tre esercizi ed ascesero in complesso a L. 52944.45. A formare una così rilevante spesa, concorrono i diversi lavori e provviste occorse, nelle somme seguenti: [omissis] per ordinamento Museo al Prof. Okakura Lire 800.=".
Rimasto presso l’Accademia Ligustica per 35 anni, il Museo fu chiuso nel 1940 per sottrarre le raccolte al pericolo dei bombardamenti: le collezioni, accuratamente imballate, furono trasportate in luogo sicuro dal Comune di Genova che, in virtù di una clausola testamentaria, ne divenne da quel momento il proprietario.
Il magnifico edificio che attualmente ospita il Museo è stato progettato dietro incarico della Civica Amministrazione di Genova dal compianto Architetto Mario Labò, con richiami strutturali e stilistici all’architettura giapponese: in questa sede, inaugurata e aperta al pubblico il 7 Maggio 1971, l’esposizione fu curata dal Dottor Frabetti, Direttore del Museo fino al 1990, con il progetto di allestimento dell’Ingegnere Luciano Grossi Bianchi.
L’esposizione permanente, oggi completamente rinnovata, offre una campionatura delle raccolte, presentate per classi tematiche e tecnico-artistiche: grande scultura buddhista, armature e armi, pitture dei secoli XII-XIX, arti applicate (metallotecnica, smalti, lacche, ceramiche e porcellane, complementi di abbigliamento), maschere teatrali, piccola scultura in bronzo e legno, costumi e tessuti).
I dipinti, le opere di grafica, i materiali cartacei e librari antichi, esclusi dall’esposizione permanente per le specifiche esigenze di conservazione, costituiscono parte rilevante, pregevolissima e ben nota delle collezioni. In particolare, dipinti e xilografie policrome Ukiyoe sono stati oggetto dell’ importante catalogo curato da Luigi Bernabò Brea ed Eiko Kondō, nonché di varie mostre temporanee in Italia e all’estero. Altre raccolte sono state oggetto di mostre e studi specialistici compiuti e presentati a Genova: alla metà degli anni ’80 risalgono i cataloghi su tessuti, sagemono, stampe e pitture Ukiyoe di genere erotico (shunga), tsuba e kodōgu, agli anni ’90 quelli su ceramiche, porcellane e lacche (V. Bibliografia e mostre).