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Primo piano

Nelle sette sale del primo piano, il viaggio prosegue verso il Novecento:

- introduzione alla diffusione del simbolismo in ambito ligure, attraverso alcuni esempi di opere di Albert Helios Gagliardo, Edoardo De Albertis, Giovanni Battista Costa e Pompeo Mariani;
- il divisionismo e il simbolismo in Liguria, con protagonisti come Plinio Nomellini, Edoardo De Albertis e Rubaldo Merello;
- l’esperienza del "pittore grigio" Alberto Issel, un’officina artistica genovese e il gusto Art Nouveau negli arredi e gli oggetti d’Arte applicata all’inizio del Novecento con gli arredi della Collezione Wolfson;
- gli artisti in Liguria negli Anni Venti, Domenico Guerello, Giuseppe Amisani, Antonio Discovolo e a Pietro Dodero;
- la pittura e la scultura in Italia tra gli anni Venti e Trenta con artisti come Arturo Martini, Felice Casorati, Libero Andreotti, Ferruccio Ferraxi, Antonio Donghi, Felice Carena, Baccio Maria Bacci e altri;
- il movimento futurista in Italia e in Liguria nel lavoro di Fortunato Depero, Fillia, Gerardo Dottori e Sexto Canegallo, Giulio Cominetti, Tullio d’Albisola;
- una sala dedicata a Duilio Cambellotti e le arti decorative, con il progetto realizzato per il Palazzo dell’Acquedotto Pugliese.


SCALE E SALA 10
Verso il simbolismo

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Albert Helios Gagliardo (Genova 1893 - 1987)
L’ora tranquilla, 1914

Dalla sala 9 il visitatore può uscire, proseguendo nella stanza contigua corrispondente alla sala d’ingresso al museo o continuare la visita salendo lo scalone che conduce al primo piano nobile, dove sono allestite le opere del XX secolo. La finestra, in cima alle scale, offre una veduta sulla cappella gentilizia e sull’arcone d’ingresso al parco con il coronamento di sculture settecentesche. Nel muro a destra, a lato della finestra, è incastonata la Maternità, uno dei marmi di sapore nettamente liberty dello scultore Edoardo De Albertis (Genova 1874 - 1950), con il quale si vuole introdurre, nella sala 10, il clima artistico del nuovo secolo insieme agli olii su tela legati al simbolismo sociale di Giovanni Battista Costa (Rapallo 1858 - Genova 1938), Scaricatori di carbone nel Porto di Genova, (1892) e di Alberto Helios Gagliardo (Genova 1893 - 1987), L’ora tranquilla, 1914. Ispirato ad un simbolismo di matrice letteraria più decadente è L’innamorata del mare di Pompeo Mariani (Monza 1857 - Bordighera 1927), dipinto realizzato tra il 1897 e il 1898, con altri sette di differenti misure per l’appartamento genovese del medico e assessore comunale Francesco Grossi.

SALA 11
Divisionismo e simbolismo in Liguria

È la sala dedicata ai protagonisti del rinnovamento artistico di fine secolo in Liguria, all’assunzione delle poetiche del simbolismo e della tecnica divisionista, a Plinio Nomellini, a Edoardo De Albertis e a Rubaldo Merello in particolare.

Interno Interno

Plinio Nomellini a Genova

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Plinio Nomellini (Livorno 1866 - Firenze 1943)
Nuova gente o gente nuova, 1909

Nodale, per l’affermazione del divisionismo a Genova, fu l’arrivo in città, nel 1890, di Plinio Nomellini (Livorno 1866 - Firenze 1943), di formazione macchiaiola, allievo di Giovanni Fattori. La sua presenza nel contesto artistico locale fino al 1902 fu determinante per lo svecchiamento della pittura ligure, ancora molto arroccata sugli ultimi esiti del postimpressionismo, grazie ai contatti che egli intrattenne con gli ambienti artistici milanesi, esponendo proprio nel 1891 alla prima mostra Triennale di Brera, dove Gaetano Previati presentava la celebre Maternità, manifesto del divisionismo "liberty". Amico di molti artisti e letterati liguri, ma in particolare di Edoardo De Albertis e di Luigi De Servi, coi quali lavorò alla decorazione della villa di Giacomo Puccini a Torre del Lago, Nomellini lasciò a Genova preziose testimonianze della sua intensa attività. Si segnalano innanzitutto le due grandiose tele d’impronta divisionista Nuova Gente o Gente Nuova e Il Cantiere (di cui si espone anche il bozzetto della collezione Wolfson), entrambe presentate nel 1909 alla Biennale di Venezia, prima di essere accolte nel Municipio di Sampierdarena, veri manifesti della vocazione industriale e cantieristica del ponente genovese.
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Plinio Nomellini (Livorno 1866 - Firenze 1943)
Il cantiere, 1909

Seguono ancora I corsari, opera d’arcaica impaginazione (una sorta di pala con predella) del 1908, ispirata al simbolismo di vaga marca letteraria, con suggestioni sinestetiche wagneriane nella modulazione delle cromie concepite come note di una sinfonia; La Fiera di Pietrasanta, del 1916, smagliante visione in movimento di un turbinoso paesaggio in festa. Nella vetrina si possono ammirare alcuni bronzi di piccolo formato - un ritratto, un bassorilievo, alcuni battenti, una coppa - degli scultori Angiolo del Santo (La Spezia 1882 - 1938), Eugenio Baroni, le cui opere più significative sono esposte al piano ammezzato della villa, G. B. Salvatore Bassano (Gavi Ligure 1874 - Genova 1951) e due else di spada. Una in bronzo, firmata da Edoardo De Albertis, del quale si dirà nel paragrafo successivo, per celebrare nel 1923 l’ammiraglio Luigi Rizzo; e la seconda eccezionalmente eseguita in gesso da Rubaldo Merello, meglio conosciuto per i dipinti che si espongono in uno spazio di questa stessa sala.

La scultura di Edoardo De Albertis

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Edoardo De Albertis (Genova 1874 - 1950)
Hyades, 1914

Non meno interessante il simbolismo neomichelangiolesco di Edoardo De Albertis, il gusto per la materia non finita e per le suggestioni letterarie che gli provenivano dall’amico poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi: ne sono testimoni i gessi Deucalione e Pirra, che l’artista preparò per un grande sedile in pietra artificiale colorata presentato nella sezione delle arti decorative all’esposizione di Milano del 1906, realizzata per celebrare il traforo del Sempione; il Pensiero, del 1913 circa, modello per la Tomba Ferrando Roggero, figura di forte segno plastico riconducibile alle Sibille michelangiolesche della Cappella Sistina; l’Autunno, un bronzo vibrante ma attardato nella scelta stilistica del simbolismo, realizzato per l’ingresso della Sala ligure allestita all’Exposition des Arts Décoratifs di Parigi del 1925.
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Edoardo De Albertis (Genova 1874 - 1950)
Deucalione e Pirra, 1906

Rubaldo Merello

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Rubaldo Merello (Isolato Valtellina 1872 - Santa Margherita Ligure 1922)
Paesaggio, Portofino, Il promontorio di Portofino, 1914

In un piccolo cabinet posto sul lato sud del sala 11 sono visibili le opere di Rubaldo Merello (Isolato Valtellina 1872 - Santa Margherita Ligure 1922). Al simbolismo di Nomellini e di Previati, ma anche alle novità portate a Genova da Giuseppe Cominetti, alla matrice decadente delle tragedie di Sem Benelli (del quale frequentava probabilmente la biblioteca nel castello di Zoagli), alla sinuosità delle linee liberty fa riferimento Merello, raro scultore ed elegante disegnatore, noto tuttavia soprattutto per i paesaggi dedicati al promontorio di Portofino, alla piccola insenatura di San Fruttuoso, con la torre dei Doria dove abitava modestamente, ma in costante aggiornamento culturale. Visioni interiorizzate di una natura proposta attraverso il filtro intellettuale di colori innaturali, il blu cobalto, il rosso, il giallo, il verde acceso diventano le sigle cromatiche, spesso fortemente materiche, delle sue tele.
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Rubaldo Merello (Isolato Valtellina 1872 - Santa Margherita Ligure 1922)
San Fruttuoso di Camogli, 1907


SALA 12
Alberto Issel, un’officina artistica genovese

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Alberto Issel (Genova 1848 - 1926)
Salotto, 1902 circa

Alberto Issel (Genova 1848 - 1926), dopo aver seguito all’Accademia Ligustica i corsi d’incisione di Raffaello Granara, frequentò a Firenze i corsi di pittura del paesaggista Carlo Markò e entrò in contatto a Roma con gli spagnoli Mariano Fortuny e Jose Villegas. Tornato a Genova, si legò ai pittori della scuola dei Grigi dedicandosi alla pittura en plein-air. Dalla sua giovanile esperienza di volontario garibaldino derivò un interesse, accanto al tema del paesaggio, per i soggetti militari, testimoniato ad esempio dal dipinto del 1871 Intorno al fuoco della Galleria d’Arte Moderna. Una malattia agli occhi lo distolse, però, dalla pittura per farlo approdare alle arti applicate, cimentandosi dapprima nella creazione di maioliche, ispirate per lo più a modelli rinascimentali. Tali manufatti venivano venduti assieme ad altri "oggetti di arte industriale" nel negozio che Issel decise di aprire in via Roma nel 1880.
Alberto Issel (Genova 1848 - 1926) Il successo dell’attività lo indusse a fondare, con la collaborazione del figlio Arturo, uno stabilimento per la realizzazione di arredi e oggetti di arte applicata nel quale, tralasciata la produzione ceramica, erano impiegati una settantina di operai, tra ebanisti, intagliatori, tappezzieri, fabbri e cesellatori. Divenuto direttore della sezione Stipettai e Intagliatori della Civica Scuola d’Arti e Mestieri di Genova, si avvalse della collaborazione di Aristide Olgiati, professore di plastica ornamentale e disegno geometrico nella stessa scuola, il quale, seguendo le sue indicazioni, disegnò diversi mobili realizzati dallo stabilimento di Alberto Issel tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento.
Alberto Issel (Genova 1848 - 1926) Dopo una iniziale produzione di mobili esclusivamente in stile, manifestò l’adesione agli stilemi innovativi dell’Art Nouveau a livello internazionale nei tre pezzi presentati all’Esposizione Universale di Parigi del 1900, culminando nelle sale realizzate per l’Esposizione delle arti decorative moderne di Torino del 1902. A questo periodo risale il salotto in rovere appartenente alla Collezione Wolfson, nel quale si esplicitano gli elementi peculiari della produzione Art Nouveau del mobiliere genovese: le applicazioni fitomorfiche ad intaglio, sovente laccate, seppure desunte dal repertorio linguistico del nuovo stile, acquistano nei suoi arredi una connotazione spiccatamente plastica di matrice naturalistica che proviene presumibilmente dalla sua formazione pittorica legata alla natura e al paesaggio. L’uso stesso della laccatura denota un gusto cromatico che si esprime in questo caso nel gioco raffinato dei toni di verde e azzurro della cimasa in perfetta sintonia con le tinte del sinuoso pattern floreale del tessuto.

SALA 13
Artisti in Liguria negli Anni Venti

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Antonio Discovolo (Bologna 1874 - Bonassola 1956)
Il Castagno, 1921

Istituite specifiche commissioni di specialisti per la scelta delle opere della Galleria d’Arte Moderna, si avvia una campagna di acquisti, a partire dagli anni Dieci, alle mostre ufficiali della Promotrice locale, del Sindacato di Belle Arti e alle Biennali veneziane con il preciso obiettivo di documentare capillarmente la produzione artistica ligure e in modo esemplare quella nazionale. In questa sala si segnalano, in particolare, Antonio Discovolo (Bologna 1874 - Bonassola 1956), artista legato in prima istanza agli ambienti simbolisti e divisionisti, e qui presente con Il castagno del 1921, una smagliante veduta postimpressionista che proietta il pubblico sul mare delle Cinque Terre attraverso la fronda-sipario dell’albero.
Domenico Guerello (Portofino 1891 - 1931) E poi Domenico Guerello (Portofino 1891-1931), con Calma argentea, un olio su tela del 1922, in cui l’artista fissa il ritratto dell’artista Alma Fidora, moglie del critico Ugo Nebbia, compenetrando figura e natura in una magica e rarefatta atmosfera di suggestione casoratiana che tutto permea; Pietro Dodero (Genova 1881-1967) con Terrazzo sul mare, del 1923, forte brano pittorico con natura morta in primo piano, e l’insenatura di Portofino come sfondo a saldi e salutistici ritratti alla Hodler. Al centro della sala L’uomo di Amper [sic] di De Albertis, presentato alla Biennale veneziana del 1932, possente nudo folgorato dal progresso, per le sue dimensioni esposto in questa sala sebbene di data più tarda.
InternoUscendo dalla sala 13, si ha, di fronte, una bella veduta sulla terrazza di ponente della villa con sculture settecentesche che sormontano la balaustra in marmo in corrispondenza degli angoli nord e sud; procedendo invece a sinistra, lungo un breve corridoio, si sale la scala che conduce al piano ammezzato, raggiungibile anche con il secondo ascensore situato sempre nel corridoio, a destra. La particolare articolazione interna della villa induce a suggerire al visitatore, prima di completare la visita del piano nobile, di proseguire il percorso subito al piano ammezzato, contraddistinto da piccole sale con stucchi floreali ottocenteschi nelle volte e da un panorama di grande bellezza che dal parco traguarda l’orizzonte marino.

SALA 22
Pittura e scultura in Italia tra gli anni Venti e Trenta

Arturo Martini (Treviso 1889 - Milano 1947) È la sala dedicata alla splendida terracotta della Convalescente di Arturo Martini, una delle opere più emozionanti del museo, realizzata dallo scultore nel 1932: l’artista si ispira al volto della figlia Maria, trasfigurato e assorto in un’atmosfera senza tempo, arcaica e lontana e, proprio per questo, di universale e profonda intensità umana. Sentimento che trapela comunque anche dal tono decorativo del suo Presepe, in ceramica colorata con evidenti difetti di cottura, esposto alla III Mostra Internazionale delle Arti Decorative di Monza del 1927 e proveniente dalla collezione dell’architetto Mario Labò.
Arturo Martini (Treviso 1889 - Milano 1947)Non meno importanti le sculture di Giovanni Prini (Genova 1877 - Roma 1958) e di Libero Andreotti (Pescia 1875 - Firenze 1933): il primo con Idoletto famigliare, un bronzo del 1927 circa, di gusto déco declinato con inflessioni orientali nella postura yoga della figura; il secondo con la sublimazione di un mito arcaico, quello di Orfeo che canta, databile al 1930, reso con deformazioni espressioniste nelle membra in una scabra plastica martiniana. Al Déco fa riferimento Cornelio Geranzani nel Ritratto di signora del 1925 circa (collezione Wolfson), per tratteggiare con insistente descrittivismo le stoffe a motivi geometrici della toilette dell’elegante figura femminile e la vegetazione dello sfondo, vera e propria tapisserie ornamentale. Ineluttabile la scandita quotidianità del rosario recitato da due anziane donna nel dipinto La sera del 1923, di Cagnaccio di San Pietro (Desenzano sul Garda 1897 - Venezia 1946), appartenente ancora alla collezione Wolfson.
Antonio Donghi (Roma 1897 - 1963) Altre opere di stringente qualità completano questa sala, oltre ai dipinti di Antonio Giuseppe Santagata, Alberto Salietti, Baccio Maria Bacci: un sostanzioso e materico nudo alla Ingres nel dipinto Lo Specchio-Studio di Felice Carena (Comiana 1876 - Venezia 1966), presentato alla Biennale veneziana del 1928; del 1930, un assorto, vibrante, malinconico Ritratto di fanciulla di Felice Casorati (Novara 1883 - Torino 1963), che offre, sul retro, evidentemente rinnegato dall’artista, un interessante nudo con abbozzo di figura e Gazzetta dello Sport. Recuperano aulici riferimenti antichi la Testa di bambina di Piero Marussig (Trieste 1879 - Pavia 1937), ispirata ai ritratti rinascimentali di profilo, con attributo floreale; e l’algido ritratto di Giovinetta, 1931 o 32, di Antonio Donghi (Roma 1897-1963), novecentesca trasposizione delle Madonne di Antonello da Messina.

SALA 23
Futurismo in Liguria

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Sexto Canegallo (Genova Sestri P. 1892- 1966)
Diamante nero, 1920

Come è documentato dalle opere esposte in questa sala, le sperimentazioni linguistiche e le tensioni estetiche del movimento futurista ebbero un’ampia diffusione in Liguria, specialmente negli anni tra le due guerre. Se infatti Filippo Tommaso Marinetti già nel 1915, nel corso di una discussa rappresentazione teatrale al Politeama genovese, aveva celebrato Genova come "la città futurista per eccellenza", anche nel resto della regione, sia a levante che a ponente, si attivarono importanti centri di aggregazione del movimento. Basti solo pensare alle innovazioni stilistiche avviate nell’ambito della produzione della ceramica dalle principali manifatture albisolesi, o alla vitalità creativa di centri come Chiavari o Savona, città nella quale fu attivo un artista poliedrico come Farfa, o infine all’esperienza avanguardistica della Spezia che fu teatro di uno sperimentale progetto urbanistico e di un’intensa divulgazione pubblicistica delle idee futuriste concretizzatasi, grazie anche al contributo di Fillia, nella pubblicazione della rivista "La terra dei vivi". Questa diffusione sul territorio delle istanze futuriste è annunciata, all’interno del percorso espositivo della Galleria, dalle esperienze protofuturiste di Sexto Canegallo (Genova Sestri P. 1892 - 1966) e di Giuseppe Cominetti (Salasco 1882 - Parma 1930), entrambe ancora caratterizzate da un impianto compositivo di matrice divisionista.
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Fortunato Depero (Fondo 1892 - Rovereto 1960)
Nitrito in velocità, 1934 circa

A queste testimonianze di un’embrionale tangenza alla poetica futurista, fanno seguito le più mature e consapevoli adesioni liguri al movimento negli anni Venti e Trenta. In particolare si devono citare le esperienze di Tullio Mazzotti, detto Tullio d’Albisola (Albisola 1899 - 1971), il principale interprete e teorico del rinnovamento stilistico della produzione della ceramica ligure, e di Alf Gaudenzi che nel 1930 costituì a Genova il Gruppo Artisti Genovesi Sintesi, al quale aderirono tra gli altri Dino Gambetti, Libero Verzetti e lo stesso Tullio. I legami tra questo contesto di ricerca e i vari gruppi futuristi che si erano costituiti a livello nazionale sono inoltre documentati, all’interno delle raccolte civiche del museo di Nervi, dalle opere di Fortunato Depero (Fondo 1892 - Rovereto 1960) presente con Nitrito in velocità, e Fillia (Revello 1904 - Torino 1936), con Senso di gravità del 1932, tutti artisti che in varia misura operarono o furono attivi, attraverso manifestazioni espositive, a Genova e in Liguria. Questa fitta rete di relazioni è ulteriormente ricostruita grazie all’apporto di alcune opere provenienti dalla Collezione Wolfson che presentano anche, in linea con la specificità tematica di tale raccolta, le peculiari dinamiche espressive dell’arte di propaganda, come si rende evidente nei due dipinti del milanese Cesare Andreoni (Milano 1903 - 1961) e del veneto Verossì, soprannome di Albino Siviero (Verona 1904 - Cerro Veronese 1945); mentre il Un italiano di Mussolini (Ritratto aereo di Mario Carli), eseguito da Gerardo Dottori (Perugia 1884 o 1888 - 1977), si ricollega infine alla poetica dell’aeropittura che caratterizzò le principali manifestazioni artistiche del movimento futurista negli anni ’30.
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Gerardo Dottori (Perugia 1884 o 1888 - 1977)
Un italiano di Mussolini. Ritratto aereo di Mario Carli, 1931

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Fillia (Revello 1904 - Torino 1936)
Senso di gravità, 1932 circa


SALA 24
Duilio Cambellotti e le arti decorative

Si oltrepassa la sala 11 attraverso il cabinet dedicato a Merello e si giunge nella sala allestita con opere di Duilio Cambellotti (Roma 1876-1960) e di alcuni artisti a lui vicini, come Renato Bassanelli, Vittorio Grassi, e Ferruccio Palazzi, ultimo spazio espositivo del museo dedicato alla collezione Wolfson: una sorta di loggia coperta in epoca tardo ottocentesca con ampie vetrate, soffitto a cassettoni e boiserie lungo i muri.

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Renato Bassanelli
Vaso con rose, 1923-24

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Vittorio Grassi
Vaso con barche a vela, 1925 circa

Duilio Cambellotti (Roma 1876 - 1960) Figura centrale del panorama delle arti applicate italiane dei primi cinquant’anni del secolo scorso, caratterizzato da un approccio artigianale che si ricollega alle teorie di John Ruskin e William Morris, Cambellotti è stato pittore, scultore, illustratore, incisore, scenografo e costumista teatrale e cinematografico, ha disegnato mobili, ceramiche, vetrate, medaglie, gioielli, fino a progettare ambienti completi, come nel caso della decorazione interna del Palazzo dell’Acquedotto Pugliese a Bari, documentata in questa sala. Nel Palazzo, nel biennio 1931-32, l’impianto architettonico di alcune sale, i dipinti a tempera sulle pareti e sui soffitti, i disegni delle pavimentazioni, e ancora le porte, le vetrate, i mobili, gli elementi di illuminazione, i copriradiatori, le maniglie e i tappeti.
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Duilio Cambellotti (Roma 1876 - 1960)
Bozzetto per la decorazione parietale del salotto del Presidente nel Palazzo dell’Acquedotto Pugliese

Il motivo decorativo dominante è quello dell’acqua e dell’acquedotto (onde a zig zag, brocche che versano acqua, archi, canali, condotte) elaborato e declinato all’infinito e sempre risolto con un’elegante geometrizzazione di chiara matrice déco. Ma si dovevano rappresentare - per evidenti ragioni di propaganda, rientrando l’acquedotto all’interno dei numerosi interventi di opere pubbliche promossi e favoriti dal regime fascista - anche i benefici che la campagna pugliese avrebbe ottenuto dalla nuova infrastruttura. E, in particolare sulle pareti, si impongono paesaggi agresti con trulli, alberi, ulivi, messi, donne che portano anfore, lavandaie che torcono panni, bambini che attingono acqua e si dissetano alla fontana, cavalli, tori e pecore che si abbeverano.

I mobili, in particolare quelli destinati agli ambienti di rappresentanza, presentano forme solide e imponenti, sobrie e eleganti, in cui predomina il motivo dell’arco e della cuspide in un evidente rimando ora alla struttura dell’acquedotto, ora all’architettura romanica che informa anche la facciata dell’edificio. Realizzati in noce e radica di noce, su questi mobili corrono preziosi e squisiti intarsi in madreperla e legni diversi sempre nel rispetto del motivo dominante: fontane che zampillano, figure femminili con brocche o anfore rovesciate che versano acqua, volti di donna i cui capelli sono onde spezzate che richiamano immediatamente all’acqua che scorre, oppure ancora animali e ulivi. La Collezione Wolfson conserva oggi l’archivio dei disegni relativi alle decorazioni interne del Palazzo dell’Acquedotto Pugliese; i due armadi esposti provengono direttamente dallo studio romano dell’artista: dovevano essere i prototipi di quelli destinati all’edificio barese.

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Duilio Cambellotti (Roma 1876 - 1960)
Tavolo, 1931-1932

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Duilio Cambellotti (Roma 1876 - 1960)
Poltroncina, particolare del bracciolo 1931 - 1932

Terminata la visita alla sala 24, il visitatore, svoltando a destra nel salone 11, può raggiungere l’uscita al piano terreno ripercorrendo lo scalone o attraverso l’uso dell’ascensore.