San Paolo, (1621)

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Autore/ Manifattura/ Epoca:

Giulio Cesare Procaccini (Bologna, 1574 - Milano, 1625)

Tecnica e misure:

Olio su tela, 122 x 90 cm

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I quattro dipinti conservati in Palazzo Rosso sono parte di una dispersa serie di Dodici Apostoli – in origine completata anche dalle immagini di Cristo e della Vergine per un totale di quattordici tele – commissionata dal nobile Gio. Carlo Doria all’artista bolognese, ma milanese di adozione, Procaccini. Una lettera del pittore Simon Vouet al committente ne testimonia l’esecuzione nell’autunno del 1621.
Una seconda lettera scritta da Orazio Fregoso al Doria documenterebbe, tuttavia, nel mese di dicembre dello stesso anno, una grave infermità di Procaccini, motivo per il quale la critica aveva ipotizzato che solo il San Tommaso fosse di mano del maestro e che gli altri quadri, che apparivano inferiori per qualità, fossero stati realizzati da qualche aiuto. Pare, tuttavia, inverosimile che l’artista abbia affidato a un allievo l’incarico di realizzare parte di un ciclo commissionatogli dal suo più illustre committente. Inoltre, gli ultimi restauri hanno evidenziato l’omogenea qualità pittorica delle quattro tele.
L’identità dei santi è chiara in considerazione degli attributi delle figure, che ricorrono non a caso anche in altre serie di uguale soggetto, come quella realizzata da Peter Paul Rubens oggi al Prado: San Paolo tiene la mano appoggiata sull’impugnatura della spada, che simboleggia la sua decapitazione; San Tommaso tiene una lancia strumento del suo martirio; San Simone il libro e San Matteo l’alabarda, arma con la quale venne martirizzato.
Le figure sono monumentali e si impongono per il corposo rilievo e per l’accentuato movimento di torsione dei corpi: Procaccini aveva lavorato come scultore fra il 1591 e il 1599 presso il cantiere del Duomo di Milano e quest’attività ha senza dubbio influenzato il suo stile pittorico. Il marcato chiaroscuro dei dipinti è, invece, comune alle scelte formali degli altri lombardi attivi a inizio Seicento per la committenza religiosa della chiesa controriformata: in particolare Giovan Battista Crespi il “Cerano” e Pier Francesco Mazzucchelli il “Morazzone”.
I quattro dipinti entrarono a far parte della collezione di Palazzo Rosso nel 1730 circa, grazie all’acquisto di Gio. Francesco II Brignole - Sale.

San Simone, (1621)

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Autore/ Manifattura/ Epoca:

Giulio Cesare Procaccini (Bologna, 1574 - Milano, 1625)

Tecnica e misure:

Olio su tela, cm. 122 x 90

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I quattro dipinti conservati in Palazzo Rosso sono parte di una dispersa serie di Dodici Apostoli – in origine completata anche dalle immagini di Cristo e della Vergine per un totale di quattordici tele – commissionata dal nobile Gio. Carlo Doria all’artista bolognese, ma milanese di adozione, Procaccini; una lettera del pittore Simon Vouet al committente ne testimonia l’esecuzione nell’autunno del 1621.
Una seconda lettera scritta da Orazio Fregoso al Doria documenterebbe tuttavia, nel mese di dicembre dello stesso anno, una grave infermità di Procaccini, motivo per il quale la critica aveva ipotizzato che solo il san Tommaso fosse di mano del maestro e che gli altri quadri, che apparivano inferiori per qualità, fossero stati realizzati da qualche aiuto. Pare tuttavia inverosimile che l’artista abbia affidato a un allievo l’incarico di realizzare parte di un ciclo commissionatogli dal suo più illustre committente; gli ultimi restauri hanno inoltre evidenziato l’omogenea qualità pittorica delle quattro tele.
L’identità dei santi è chiara in considerazione degli attributi delle figure, che ricorrono non a caso anche in altre serie di uguale soggetto, come quella realizzata da Pietro Paolo Rubens oggi al Prado: san Paolo tiene la mano appoggiata sull’impugnatura della spada, che simboleggia la sua decapitazione; san Tommaso tiene una lancia strumento del suo martirio; san Simone il libro e san Matteo l’alabarda, arma con la quale venne martirizzato.
Le figure sono monumentali e si impongono per il corposo rilievo e per l’accentuato movimento di torsione dei corpi: Procaccini aveva lavorato come scultore fra il 1591 e il 1599 presso il cantiere del Duomo di Milano e quest’attività ha senza dubbio influenzato il suo stile pittorico. Il marcato chiaroscuro dei dipinti è invece comune alle scelte formali degli altri lombardi attivi a inizio Seicento per la committenza religiosa della chiesa controriformata: in particolare Giovan Battista Crespi il “Cerano” e Pier Francesco Mazzucchelli il “Morazzone”.
I quattro dipinti entrarono a far parte della collezione di Palazzo Rosso nel 1730 circa, grazie all’acquisto di Gio. Francesco II Brignole - Sale.
 

San Tommaso, (1621)

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Autore/ Manifattura/ Epoca:

Giulio Cesare Procaccini (Bologna, 1574 - Milano, 1625)

Tecnica e misure:

Olio su tela, 122 x 90 cm

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I quattro dipinti conservati in Palazzo Rosso sono parte di una dispersa serie di Dodici Apostoli – in origine completata anche dalle immagini di Cristo e della Vergine per un totale di quattordici tele – commissionata dal nobile Gio. Carlo Doria all’artista bolognese, ma milanese di adozione, Procaccini. Una lettera del pittore Simon Vouet al committente ne testimonia l’esecuzione nell’autunno del 1621.
Una seconda lettera scritta da Orazio Fregoso al Doria documenterebbe, tuttavia, nel mese di dicembre dello stesso anno, una grave infermità di Procaccini, motivo per il quale la critica aveva ipotizzato che solo il San Tommaso fosse di mano del maestro e che gli altri quadri, che apparivano inferiori per qualità, fossero stati realizzati da qualche aiuto. Pare, tuttavia, inverosimile che l’artista abbia affidato a un allievo l’incarico di realizzare parte di un ciclo commissionatogli dal suo più illustre committente. Inoltre, gli ultimi restauri hanno evidenziato l’omogenea qualità pittorica delle quattro tele.
L’identità dei santi è chiara in considerazione degli attributi delle figure, che ricorrono non a caso anche in altre serie di uguale soggetto, come quella realizzata da Peter Paul Rubens oggi al Prado: San Paolo tiene la mano appoggiata sull’impugnatura della spada, che simboleggia la sua decapitazione; San Tommaso tiene una lancia strumento del suo martirio; San Simone il libro e San Matteo l’alabarda, arma con la quale venne martirizzato.
Le figure sono monumentali e si impongono per il corposo rilievo e per l’accentuato movimento di torsione dei corpi: Procaccini aveva lavorato come scultore fra il 1591 e il 1599 presso il cantiere del Duomo di Milano e quest’attività ha senza dubbio influenzato il suo stile pittorico. Il marcato chiaroscuro dei dipinti è, invece, comune alle scelte formali degli altri lombardi attivi a inizio Seicento per la committenza religiosa della chiesa controriformata: in particolare Giovan Battista Crespi il “Cerano” e Pier Francesco Mazzucchelli il “Morazzone”.
I quattro dipinti entrarono a far parte della collezione di Palazzo Rosso nel 1730 circa, grazie all’acquisto di Gio. Francesco II Brignole - Sale.

Annunciazione, (1603-1604)

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Autore/ Manifattura/ Epoca:

Ludovico Carracci (Bologna, 1555-1619)

Tecnica e misure:

Olio su rame, cm. 58 x 41

Ludovico Carracci, insieme con i cugini Agostino e Annibale, fu uno dei protagonisti della pittura del Seicento. Essi fondarono nel 1582 a Bologna l’Accademia delli Desiderosi, in seguito delli Incamminati, in cui vennero educati molti dei principali artisti dell’epoca nel segno del rinnovamento della pittura, contrapponendo agli stanchi canoni manieristi lo studio del vero, dei grandi maestri del Cinquecento e dell’equilibrio dell’arte classica.
Egli eseguì questo piccolo capolavoro a Bologna, al ritorno dal suo breve soggiorno romano (1602), dove aveva aggiornato, sul classicismo della Capitale, la sua poetica già attenta alle istanze moraleggianti della Controriforma, che chiedeva all’arte sacra di svolgere un compito di stimolo devozionale.
Si ignora l’origine del dipinto, ma le piccole dimensioni e la preziosità del supporto di rame inducono a pensare che si tratti di un’opera destinata alla fruizione di un committente privato di alta condizione sociale.
Questa Annunciazione costituisce uno degli esiti più aggraziati della produzione artistica di Ludovico in cui il pittore, abbandonato ogni intento monumentale, depurato il linguaggio da componenti troppo naturali o passionali, si abbandona a una pittura delicata e vagamente sentimentale. La composizione semplice ed equilibratissima, l’impianto prospettico ben definito, coronato dalla gioiosa e movimentata serie di angioletti, gli effetti luministici contenuti entro un tono smorzato di ombra diffusa e impreziositi dalla delicatissima gamma cromatica basata sui colori rosa, azzurro e giallo delle vesti, creano un’atmosfera raffinata, ma pure severa e domestica, fornendo un senso di religiosità intimamente vissuta. L’evento sacro non è concepito come distante, bensì come parte della vita quotidiana di ciascuno, tanto è vero che, dal balcone della dimora dove si svolge la scena, si
intravedono in lontananza le torri bolognesi della Garisenda e degli Asinelli.
 

San Sebastiano

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Titolo dell'opera:

San Sebastiano

Acquisizione:

Brignole-Sale De Ferrari Maria 1874 Genova - donazione

Autore:

Reni, Guido

Tipologia:

dipinto

Epoca:

1616 - 1617 - sec. XVII

Inventario:

PR 77

Misure:

Unità di misura: cm; Altezza: 127; Larghezza: 92

Tecnica:

olio su tela

Ultimi prestiti:

La vita, i simboli e la fortuna di Guido Reni - Bologna - 1988
Genova e Guercino. Dipinti e disegni delle civiche collezioni - Genova - 1992
Carlo Bonomi l'ultimo sognatore dell'officina ferrarese - Ferrara - 2017
Verdammte lust! Kirche korper kunst - Frisinga - 2023

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Descrizione:

Il dipinto si riferisce agli anni 1615-1616, ovvero immediatamente prima della consacrazione ufficiale quale miglior artista bolognese vivente attraverso la pala dell'Assunta destinata alla chiesa genovese del Gesù. A partire dai venticinque anni ebbe frequenti e lunghi soggiorni a Roma, dove fu assai apprezzato dalla famiglia del Papa e da altri membri della corte pontificia. Anche questa tela, dove è rappresentato San Sebastiano, che secondo la tradizione fu un soldato romano originario della Gallia martirizzato al tempo di Diocleziano, deve essere frutto di quel genere di commissioni, poiché oltre all’alta qualità pittorica, recenti analisi hanno dimostrato aggiunga una pregiata realizzazione, dato che per il blu del cielo è stato largamente usato il lapislazzulo, tanto costoso da essere in genere fornito o pagato a parte dal committente. L’immagine, rispondendo agli ideali classici della poetica di Reni, non mostra il corpo di un martire sfregiato dai dardi e percorso da rivi di sangue, ma quello idealizzato di un giovane dalla bellezza decisamente venata di sensualità. Particolarmente significativa, in questa tela, è l'impostazione della figura del santo, in quanto lo storiografo bolognese seicentesco Carlo Cesare Malvasia attesta la capacità dell'artista a dipingere le "teste all'insù". Reni riprese più volte questo soggetto nel corso della sua attività: del 1617-18 è il dipinto oggi conservato al Museo del Prado a Madrid, del 1639-40 quello della Pinacoteca Nazionale di Bologna; di tutti esiste poi un numero consistente di copie. Anche il Cardinal Borghese ne volle un’analoga versione, frutto almeno in buona parte della bottega dell’artista, e oggi conservata presso la Pinacoteca Capitolina. Il dipinto rappresenta San Sebastiano legato a un albero e trafitto da frecce.

Sacra famiglia con i Santi Gerolamo, Caterina d’ Alessandria e angeli

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Titolo dell'opera:

Sacra Famiglia con santi Gerolamo, Caterina e angeli

Acquisizione:

Maria Brignole-Sale De Ferrari 1874 Genova - donazione

Autore:

Bordon, Paris

Tipologia:

dipinto

Epoca:

1530 - 1540 - sec. XVI

Inventario:

PR 100

Misure:

Unità di misura: cm; Altezza: 193; Larghezza: 257

Tecnica:

olio su tela

Ultimi prestiti:

Paris Bordon - Treviso - 1984

Descrizione:

La tela è citata per la prima volta a Palazzo Rosso nella descrizione manoscritta del 1748, lasciando supporre che la sua acquisizione sia da ricondurre a Gio. Francesco II, senza, tuttavia, conferme a livello documentario. Affascinante risulta, altresì, l'ipotetico accostamento dell'opera a quella "nostra Donna tra liete verdure, il vecchio Giuseppe che fà vezzi à Nostro Signore fanciullino e san Girolamo che legge un libro", descritta da Ridolfi (1648) tra i dipinti della collezione del cardinal Leopoldo de' Medici (1617-1675). Per quanto concerne la datazione, l'opera mostra un gusto ormai posteriore alle lucentezze e ai guizzi della pala di Lovere del 1526-1527, gusto nel quale i toni risultano più sommessi, la definizione del paesaggio si semplifica e compaiono elementi di "maniera", come i due angioletti in volo sul lato destro della tela. Il dipinto rappresenta la Sacra Famiglia con San Gerolamo, Santa Caterina e angeli.

San Girolamo Emiliani in carcere

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Autore/ Manifattura/ Epoca:

Jacopo da Ponte, detto Jacopo Bassano (Bassano del Grappa, 1517-1592)

Tecnica e misure:

Olio su tela, cm. 75 x 65

Ritratto d’uomo giovane

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Autore/ Manifattura/ Epoca:

Paris Bordon (Treviso, 1500 - Venezia, 1571)

Tecnica e misure:

Olio su tela, cm. 75x64

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Ritratto d’uomo anziano

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Autore/ Manifattura/ Epoca:

Paris Bordon (Treviso, 1500 - Venezia, 1571)

Tecnica e misure:

Olio su tela, cm. 70x62

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Ritratto di Pietro Andrea Mattioli

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Titolo dell'opera:

Ritratto di Pietro Andrea Mattioli

Acquisizione:

Maria Brignole-Sale De Ferrari 1874 Genova - donazione

Autore:

Bonvicino, Alessandro detto il Moretto

Tipologia:

dipinto

Epoca:

1533 - 1533 - sec. XVI

Inventario:

PR 46

Misure:

Unità di misura: cm; Altezza: 84; Larghezza: 75

Tecnica:

olio su tela

Ultimi prestiti:

Libri nell'arte. Dal medioevo all'età contemporanea - Genova, Palazzo della Meridiana - 2024

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Descrizione:

Il dipinto, datato 1533, è citato nella Guida di Alizeri con attribuzione a Moretto, tendenzialmente accettata anche dalla critica successiva, salvo alcune eccezioni (Frizzoni 1896; Morelli 1897; Jacobsen 1911; Passoni 2018). Molto più complessa fu l'identificazione del personaggio effigiato, che fu in passato oggetto di accurati studi: inizialmente definito genericamente "medico" o "botanico", venne poi associato a Vincenzo Maggi dal Venturi e da Ugo da Como. Mattirolo, non persuaso da questa interpretazione, fu il primo a identificarlo, per via del motto greco e della presenza dei fiori (mughetto , rosa centifolia), oltre all'edera sullo sfondo, con Pietro Andrea Mattioli, effettivamente medico e botanico di origine senese, traduttore dal greco del "Dioscoride" nel 1544. Il motto è stato tradotto con "sollievo della mente", a significare che l'uomo trova ristoro nello studio della natura. Tra il 1533 e il 1539, infatti, Mattioli risiedeva alla corte del principe vescovo Bernardo Cles, che aveva da poco fatto ristrutturare il Castello del Buonconsiglio, facendovi aggiungere il celebre "Magno Palazzo". Quest'ultimo fu oggetto di un poema in 445 ottave dedicato alla celebrazione della nuova ala del Castello, scritto proprio da Mattioli entro il 1536 e questi pubblicato nel 1539 (Trento 2023, p. 61). Ritratto a mezzo busto di Pietro Antonio Mattioli.

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