Foto di Luca Cambiaso "Ultima Cena"

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Autore/ Manifattura/ Epoca:

Luca Cambiaso (Moneglia, 1527 – San Lorenzo de El Escorial, 1585)

Tipologia:

Dipinto

Tecnica e misure:

Olio su tela, altezza 221 x 488 cm

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Descrizione:


Il grande dipinto, del 1575 circa, raffigura un momento di grande tensione emotiva, tale da animare i gesti e i volti degli apostoli, sconcertati alle parole di Cristo che denuncia il futuro tradimento. In quest’opera, proveniente dal refettorio del convento di San Bartolomeo degli Armeni, Luca Cambiaso fa sua la lezione leonardesca dei moti dell’animo ma sperimenta anche una composizione animata da un ordine razionale e da una ricerca profonda di simmetria, evidente nella posizione di Cristo, asse della composizione. Luca Cambiaso si inserisce nella scena, sulla destra della vasta tela, colto mentre medita dolorosamente su quanto accadrà, di lì a poco, a Cristo.

 

Foto di Paliotto ricamato su disegno di Ottavio Semino

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Autore/ Manifattura/ Epoca:

Manifattura genovese del XVI secolo

Tipologia:

Tessile

Tecnica e misure:

Ricamo in raso e seta

Descrizione:

 

L’opera, del 1564 circa, è uno dei pochi esempi di ricamo genovese cinquecentesco di cui si conosce la committenza e la storia. I Padri del Comune infatti ordinarono a Ottavio Semino sedici cartoni destinati ad ornare il baldacchino della processione del Corpus Domini per il quale venne inoltre richiesta una cassa alla quale realizzazione parteciparono Luca Cambiaso, Bernardo Castello, Perin del Vaga ed Ottavio Semino. Il prezioso ricamo, di cui rimangono le figure dei quattro Evangelisti, venne affidato a Francesco de Ursis che lo realizzò in raso dipinto, ricami in seta e ricami applicati per le cornici.

Foto di  Paliotto ricamato con la Deposizione di Cristo

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Autore/ Manifattura/ Epoca:

Manifattura genovese, Paliotto ricamato con la Deposizione di Cristo

Descrizione:

Circa 1515.

Il paliotto (primi anni venti del Cinquecento) è un raffinato esempio dei manufatti serici ricamati tra XVI e XVII secolo, considerati simbolo di ricchezza e di status symbol. Proveniente dalla chiesa di San Benedetto al Porto era probabilmente un dono della famiglia Doria alla propria chiesa parrocchiale. Il prestigio del dono è testimoniano dalla tecnica di ricamo, in cui l’oro viene utilizzato nella scena principale con la Deposizione, oltre che nella fastosa decorazione a rilievo della cornice e nei diciotto monogrammi bernardiniani che, come tanti soli, incarnano il nome di Cristo.

Foto di Barnaba da Modena, Polittico di San Bartolomeo

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Autore/ Manifattura/ Epoca:

Barnaba Agocchiari, detto da Modena (Modena, circa 1328 - circa 1386)

Tipologia:

Dipinto

Tecnica e misure:

Tempera su tavola, 257 x 217 cm

Descrizione:

 

Il polittico di San Bartolomeo (1377 circa) è una delle opere più importanti tra quelle dipinte da Barnaba da Modena durante il suo lungo soggiorno genovese (1360-1383 circa). Nello scomparto centrale è raffigurato San Bartolomeo, l’Apostolo delle Indie (in realtà la sua predicazione si svolse in Armenia, Etiopia o Arabia meridionale) e riconoscibile dal coltello, simbolo di uno dei suoi supplizi. Ai lati sono disposte otto storie tratte dalla Vita del Santo, all’interno della Legenda aurea di Iacopo da Varagine. L’opera proviene dall’Abbazia di San Bartolomeo del Fossato, tra Genova e Sampierdarena.

 

 

Foto di Monumento funebre del cardinale Luca Fieschi

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Autore/ Manifattura/ Epoca:

Monumento funebre del cardinale Luca Fieschi

Tipologia:

Scultura

Tecnica e misure:

Marmo bianco scolpito

Descrizione:

 

Alla sua morte, nel 1336, il cardinale Luca Fieschi - esponente di punta della grande famiglia guelfa genovese - affidò al testamento la sua volontà di essere sepolto nella Cattedrale di San Lorenzo. Su sua volontà venne realizzato un grandioso sepolcro che doveva per suggellare il suo ruolo di Principe della Chiesa e capo della casata dei Fieschi. Demolito all’inizio del Seicento, parte dei frammenti sono stati ricomposti nel Museo Diocesano. Si tratta di un grandioso complesso funebre realizzato da scultori pisani e simbolo dell’alta qualità della scultura trecentesca ligure.

 

 

 

Foto di Pettine fermacapelli in osso

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Autore/ Manifattura/ Epoca:

VI-VII secolo d.C.

Tipologia:

Oggettistica

Tecnica e misure:

Osso, 4,7 x 11,1 x 1 cm

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Descrizione:

 

Il pettine fermacapelli, proveniente dal corredo di una tomba ritrovata durante gli scavi del Chiostro, è realizzato in osso e presenta un'unica fila di denti; nella parte meglio conservata si trova un motivo decorativo ad ala, su entrambi i lati, con linee intagliate. Da alcuni raffronti con altri oggetti simili, e per l'essenzialità del decoro, si ritiene che questo pettine possa risalire al VI-VII secolo d.C.

 

Foto di Chiostro dei Canonici di San Lorenzo

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Autore/ Manifattura/ Epoca:

Secolo XII (tra il 1143 e il 1178 circa)

Tipologia:

Architettura; Ambiente

Tecnica e misure:

Marmo e pietra di Promontorio

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Descrizione:

 

Il Chiostro di San Lorenzo è incastonato nel cuore della città antica, tra la Cattedrale e Palazzo Ducale ed è stato costruito alla fine del XII secolo per i Canonici di San Lorenzo, sacerdoti impegnati nel servizio pastorale nella Cattedrale. L’architettura dell’edificio si raccoglie intorno un cortile porticato o chiostro, concepito non come spazio chiuso, ma di comunicazione tra le diverse parti. I materiali utilizzati – marmo e pietra di Promontorio – sono quelli tipici dell’architettura genovese; oltre ad ambienti comuni, nel chiostro si trovavano le stanze private dei canonici, decorate ad affresco e con solai lignei dipinti tuttora presenti in molte parti dell’edificio. L'edificio ingloba un palazzo del X secolo.

Foto di Antonello da Messina, Ecce Homo

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Autore/ Manifattura/ Epoca:

Antonello da Messina (Messina, 1426 circa - 1479)

Tipologia:

Dipinto

Tecnica e misure:

Olio su tavola, 39,5 x 32,5 cm

Descrizione:

 

L'autografia dell'opera è divenuta certa dopo la scoperta del cartiglio con la firma "Antonellus Messaneus me pinxit." e la critica concorda su una datazione intorno alla fine degli anni '60 del Quattrocento confrontando la tavola Spinola con le altre opere dedicate dall'artista a questo soggetto, da lui studiato e replicato realizzando varie versioni tra cui sono giudicate le più vicine quella del Collegio Alberoni di Piacenza e del Metropolitan Museum di New York.

L'opera fa parte della quadreria degli Spinola conservata nel palazzo di Pellicceria grazie all’acquisto di Giacomo Spinola di Luccoli documentato nel 1833.

Foto di Luca Giordano, Allegoria della Pace e della Guerra

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Autore/ Manifattura/ Epoca:

Luca Giordano (Napoli, 1634-1705)

Tipologia:

Dipinto

Tecnica e misure:

Olio su tela, 226 x 303 cm

Descrizione:

 

Insieme alla famosa tela del Prado che raffigura Rubens che dipinge l'allegoria della Pace, il quadro di Palazzo Spinola costituisce uno straordinario omaggio di Luca Giordano al maestro fiammingo le cui influenze sono evidenti nelle sue opere. Qui la Pace, maestosa nella sua nudità, è circondata da compagne che suonano e dipingono, richiamando le arti che prosperano nella pace, e scaccia con disprezzo Marte, dio della Guerra, e Odio.

Dipinta intorno al 1660, poco dopo il quadro ora a Madrid, la tela proviene dalla collezione di Marco Antonio Grillo e risulta acquistata nel 1740 da Costantino Balbi nella cui collezione rimase finché fu ereditata dalla discendente Violantina Balbi, moglie di Giacomo Spinola divenuto proprietario nel 1824 del palazzo di Pellicceria e quindi portata in questa dimora dove ancora si conserva.

Foto di Ritratto di Maria Mancini

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Autore/ Manifattura/ Epoca:

Filippo Parodi (Genova, 1630–1702)

Tipologia:

Scultura; Arredo

Tecnica e misure:

Legno intagliato e dorato, 44 x 40 cm; dipinto su rame, 21 x 16 cm

Descrizione:

 

La cornice è risultato della sorprendente trasformazione della sua natura funzionale in una realizzazione che la carica di significato e la lega strettamente a ciò che racchiude. Con una maestria tecnica sorprendente per le dimensioni contenute e per la libertà della movimentata composizione, Filippo Parodi infatti propone attraverso di essa la rappresentazione del giudizio di Paride chiamato a indicare la più bella tra tre dee, Giunone, Minerva e Venere: quest'ultima però non è tra le figure scolpite, ma è, indicata dal dito puntato di Paride, quella raffigurata nel ritratto dipinto oppure, se si accetta l'ipotesi che la cornice potesse contenere uno specchio, chi vi si riflette che quindi, grazie al messaggio della cornice, ci è proposta come dea della bellezza.

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