Ferruccio Ferrazzi (Roma, 1891-1978)
pittore e scultore
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La folla
Sexto Canegallo, Giuseppe
1920 - 1920
GX1993.500
Unità di misura: cm; Altezza: 103; Larghezza: 248
Olio su tela
Presentato nel 1920 alle mostre personali di Canegallo presso il Teatro Argentina di Roma e il Teatro Carlo Felice di Genova con la dicitura in catalogo: «Analisi di vita collettiva resa in vibrazioni cerebrali. Volti umani esprimenti oscillazioni dello stato d’animo della collettività», il dipinto fu in seguito esposto nel 1925 alla prestigiosa Galerie La Boëtie di Parigi, dove Boccioni nel 1913 aveva tenuto un’importante esposizione delle sue sculture. La trascrizione di emozioni e manifestazioni psichiche, risolta nelle opere di Canegallo di questo periodo attraverso ritmi ondulatori e dinamici tracciati radiali, apparentemente in espansione oltre i confini della cornice, trova una suggestiva raffigurazione nel dipinto "La folla": in uno scenario allucinato e visionario – accentuato dall’espansione radiale, sull’intera superficie pittorica, di linee forza ispirate ai tracciati dei campi di energia psichica – si disvela tutto lo sgomento suscitato dal senso di alienazione provocato dalle inquietanti e oscure atmosfere metropolitane. Nella sintetica scomposizione dell’opera emergono dall'anonima raffigurazione della folla le diverse espressioni, cristallizzate nell’angosciosa fissità degli sguardi, della calma, del piacere, del dolore e dell’odio.
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Vittorio Zecchin (Murano, 1878 - Venezia, 1947)
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Idolo del prisma
Mitchell Wolfson Jr. 2007 Genova - donazione
Ferruccio Ferrazzi (Roma, 1891-1978)
dipinto
1925 - 1925 - XX
GX1993.473
Unità di misura: cm; Altezza: 159; Larghezza: 93
olio su tavola
«Per me è la bambola che vidi con Depero nello stupore di una sera a Milano, nella vetrina di un parrucchiere […]. Per me è questo nervoso prismatismo della nostra epoca che rivive rigido, perfido e fermo in quella fanciulla […]».
Così Ferruccio Ferrazzi ricordava nel 1931 la suggestiva visione che aveva ispirato Idolo del prisma, la sua opera più celebre, ritenuta uno tra i capolavori del Realismo Magico, corrente pittorica del Novecento italiano contraddistinta da inquiete atmosfere di sospensione. Mettendo al centro della composizione il motivo del prisma - spesso ricorrente nella sua ricerca pittorica - Ferrazzi elaborò, nella sintetica simultaneità di quest’opera, un’equilibrata dialettica espressiva tra riferimenti stilistici e iconografici alla tradizione rinascimentale e rimandi all’estetica boccioniana e alla meccanicità dei manichini di Depero, autore nel 1917 di un acquarello sul medesimo soggetto.
Nel ritrarre quest’inquietante ed enigmatica figura androgina, attraversata - nello straniante ribaltamento dei tagli prospettici - dai dinamici riflessi degli specchi, Ferrazzi adottò le fondamentali tensioni stilistiche della variegata cultura novecentista, sviluppando un personale processo di sintesi tra la sua moderna sensibilità estetica e i diretti richiami alla tradizione classica, allora prevalenti nel clima internazionale del “ritorno all’ordine”. L’artista romano riprese in particolare la tendenza a sfumare l’impianto realista della composizione pittorica nell’indeterminatezza percettiva di una straniante e ambigua rappresentazione: un ossimoro visuale frequente nella corrente del Realismo Magico. La tela raffigura una donna androgina circondata da specchi e con un prisma di vetro nella mano destra.
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Vittorio Zecchin (Murano, 1878 - Venezia, 1947)
Vetro colorato
Zecchin, figlio di un vetraio muranese, frequenta l’Accademia a Venezia e in seguito si dedica, oltre alla pittura, alle arti applicate: vetri, mosaici, ricami, arazzi, mobili e ceramiche.
Nel 1912 inizia la sua collaborazione con Teodoro Wolf Ferrari, artista formatosi nell’ambito della Secessione monacense, con il quale espone a Monaco nel 1913 e alla Biennale di Venezia nel 1914 una serie di piccole lastre e vasi murrini eseguiti dagli Artisti Barovier (impresa familiare di maestri vetrai muranesi nata nella metà del XIII secolo con il nome di Barovier & Toso ). Allo stesso periodo è databile questo vaso, decorato a murrine, tecnica risalente all’epoca romana, che prevede la preparazione preliminare di una canna vitrea, composta da strati concentrici di vari colori, tagliata successivamente in piccoli segmenti.
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Bianca
Messina, Francesco
1924 - 1924
GG2008.2
Unità di misura: cm; Altezza: 47; Larghezza: 15; Profondità: 11,5
Bronzo
In questa scultura, la cui impostazione iconografica fu ripresa nella Bianca con ventaglio, esposta alla Biennale di Venezia del 1932, Messina raffigurò nel 1924, a due anni dal loro primo incontro, Bianca Clerici Fochessati, sua futura compagna e musa ispiratrice, con la quale condivideva in quel periodo l’amicizia con Eugenio Montale. La slanciata figura di Bianca è risolta plasticamente con una dinamica leggerezza di matrice liberty, che già prefigura tuttavia l’approccio classicista della successiva produzione di Messina. Scultura in bronzo che raffigura Bianca Clerici Fochessati in piedi, avvolta in una lunga veste, nell’atto di sistemarsi il cappello sulla nuca.

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