Specchi cinesi e giapponesi

In Cina, dal II millennio a.C., gli specchi furono fusi in bronzo e meno di frequente in rame, oro e argento. Il lato riflettente si otteneva levigando il metallo fino alla massima brillantezza e argentandolo, mentre il verso dello specchio ospitava motivi ornamentali e iscrizioni di significato simbolico e religioso. Al centro del verso un pomolo forato consentiva l’inserimento di un cordone per impugnare e maneggiare lo specchio. La forma, generalmente rotonda, esprimeva l’idea di unità, armonia e compiutezza: perciò gli specchi, scambiati come doni tra amici, significavano sincerità e rispetto. Mentre la forma quadrata fu rara in ogni tempo, quella ottagonale e ottalobata fu frequente nei periodi Tang (618-907) e Song (960-1279).

La credenza che gli specchi avessero il magico potere di esorcizzare gli spiriti maligni era molto radicata: ciò spiega perché in Asia Orientale gli specchi costituivano elementi importantissimi dei corredi funerari. Inoltre, presso il clero Taoista erano diffusi gli specchi-talismano, decorati con gli Otto Trigrammi del Libro dei Mutamenti ed altre immagini augurali, come il diagramma delle Sette Luminarie Celesti, gli animali spirituali, gli Immortali e la Coppia Celeste. Un importantissimo pezzo della collezione Chiossone, presenta un raro accostamento di simboli taoisti e buddhisti: lo Specchio a semicerchi e quadrati con quattro animali, dieci divinità buddhiste e quattro bugnette (vetrina 2), fu donato a Edoardo Chiossone nel 1881 da Saisho Atsushi, Prefetto di Ōsaka, come simbolo di rispetto e amicizia, ed è databile tra il V e il VI secolo. Un esemplare identico, scavato presso il tempio Kongōrin-ji di Ōsaka, è custodito nel Museo Nazionale di Kyōto e figura nella lista nazionale giapponese degli Importanti Beni Culturali (jūyō bunkazai).

In Giappone lo specchio (kagami) è attributo della dea del sole di Amaterasu, mitica fondatrice della dinastia imperiale e divinità centrale dello Shintō, il culto animista autoctono dell’arcipelago: in molti templi Shintō è infatti custodito un sacro specchio, considerato goshintai (verum corpus) della divinità. Fin dalla tarda preistoria giapponese lo specchio, insieme alla spada e al "gioiello ricurvo" (magatama, vetrina 1), è portatore di un grande carisma mitico, religioso e politico.

I più antichi specchi cinesi rinvenuti in Giappone nelle sepolture di personaggi dominanti del Periodo Yayoi (ca. 300 a.C.-300 d.C.) risalgono al Periodo Han (206 a.C.-220 d.C.). Nel successivo Periodo Kofun (ca. 300-710) gli specchi dei corredi funerari principeschi aumentano di numero e mostrano l’interessante compresenza di pezzi cinesi, antichi e coevi, con copie giapponesi da essi esemplate.
L’influsso cinese permane in Giappone durante i secoli VII-XIV, benché le produzioni nipponiche mostrino peculiarità tecniche, figurative e ornamentali man mano più definite e via via sempre più legate agli usi locali. In Giappone gli specchi con manico (e-kagami) furono prodotti per la prima volta nel periodo Muromachi (1393-1572): il pomolo centrale, ancora presente nei primi esemplari, scomparve nelle successive epoche Momoyama (1573-1603) ed Edo (1603-1868).