L'impianto complessivo dell'opera deve molto al "Malato dell'ospedale" di Medardo Rosso, esposto nella mostra
retrospettiva della I Quadriennale romana del 1931. L'idea di cogliere un'azione nel suo svolgersi e la ricerca
dell'unità plastica tra le varie parti, ottenuta con un identico trattamento scultoreo, è molto più evidente nel bozzetto in
terra refrattaria realizzato da Martini nel 1932, dove le larghe pieghe della veste della ragazza, colta nell'atto di alzarsi, si
confondono con quelle della poltrona (Fergonzi 1989, p. 927). Mentre nel bozzetto l'artista si concentra principalmente
sulle possibilità "monumentali" della terracotta, nell'opera definitiva, di cui esiste una versione in terra refrattaria
(Genova, Galleria d'Arte Moderna), sembra voler saggiare le potenzialità pittoriche della pietra, come bene evidenziano i
tre diversi livelli di finitura nel fianco della poltrona, nell'incarnato del braccio e nelle pieghe del tessuto (Vianello, Stringa, Gian Ferrari 1988, p. 217). Alla semplificazione della concezione generale della scultura, dovuta forse anche alle
maggiori difficoltà di lavorazione del materiale scelto per la realizzazione finale, corrisponde una maggiore attenzione
per i dettagli descrittivi e patetici, debitamente segnalati dalla critica quando l'opera fu esposta per la prima volta nella
mostra personale di Martini, nel febbraio 1933, presso la Galleria Milano (Bucci 1933). La scultura raffigura una giovane abbandonata sulla poltrona a dondolo, con le braccia fiaccamente posate sul bracciolo e su un libro aperto. L’artista si ispirò al volto della figlia Maria, detta la “Nena”, trasfigurato e assorto in un’atmosfera senza tempo, arcaica e lontana e, proprio per questo, di universale e profonda intensità umana.