Anton Giulio Brignole-Sale a cavallo (1627)

Anton Giulio Brignole-Sale a cavallo (1627)

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Autore/ Manifattura/ Epoca:

Antoon Van Dyck (Anversa, 1599 - Londra, 1641)

Tecnica e misure:

Olio su tela, 282 x 198 cm

Collocazione:

Genova, Musei di Strada Nuova - Palazzo Rosso (n. inv. PR 48)

Provenienza:

Dal 1874 nelle collezioni per donazione di Maria Brignole - Sale De Ferrari, duchessa di Galliera

 

Il ritratto di Anton Giulio Brignole - Sale e quello di sua moglie Paolina Adorno costituiscono uno dei rari esempi di ritratti en pendant realizzati da Van Dyck rimasti ancora insieme. Con un terzo dipinto, raffigurante Geronima Sale - Brignole con la figlia Aurelia, rispettivamente madre e sorella di lui, furono pagati al pittore nel 1627 – anno conclusivo del suo soggiorno genovese – per un totale di 747 lire.
Si tratta probabilmente degli ultimi dipinti eseguiti dal fiammingo a Genova, città dove giunse nel 1621 come “miglior discepolo” di Rubens, riscuotendo ben presto uno straordinario successo presso la nuova nobiltà cittadina che, ben consapevole del valore anche simbolico delle immagini e del messaggio celebrativo da esse veicolato, fece a gara per farsi ritrarre dal giovane artista.
Anton Giulio Brignole - Sale, ereditando dal nonno materno il feudo di Groppoli e il relativo titolo di marchese, venne ufficialmente ascritto all’aristocrazia genovese nel 1626. L’anno successivo, appena ventiduenne, si fa raffigurare da Van Dyck a cavallo e in una posa aulica, fino a pochi anni prima riservata esclusivamente ai sovrani, che enfaticamente ne celebra lo status sociale raggiunto di recente.
Il modello compositivo di questo ritratto equestre dipende da celebri esempi rubensiani come il Gio. Carlo Doria (Genova, Galleria di Palazzo Spinola) e il Duca di Lerma (Madrid, Museo del Prado), ma la materia pittorica con cui è realizzato risulta affatto diversa da quella ricca e pastosa del celebre maestro. La tela di Palazzo Rosso, infatti, è costruita con una tecnica di esecuzione molto rapida, giocata per velature di biacche e vernici, ma non di colori “a corpo”, che assicura un grande effetto di materia senza che ve ne sia reale sostanza, come tipico delle opere del fiammingo tra il 1626 e il 1627.